MACHIAVELLI: QUATTRO TESI DA DIBATTITO

Premessa

La lettura (parziale) delle opere di Niccolò Machiavelli ci ha portato sicuramente ad una rivalutazione degli argomenti di studio presentatici a livello scolastico. Siamo giunte alla conclusione che si tratti di un autore ben più complesso di quanto non si possa immaginare, dalle opere disorganiche spesso contraddittorie e per quanto si continui a studiarlo le idee rimangono ( per lo meno a livello personale) frammentate e confuse.

-Il ruolo del potere, antecedente a quello del diritto, nel pensiero di Machiavelli Discorsi libro III cap. 44-49
Questo passaggio focalizza l'attenzione sui problemi di natura istituzionale, in particolare sull'organizzazione bellica e sulle milizie.Le caratteristiche che emergono da queste righe che possono sembrare piuttosto discordanti e confuse sono legate tra loro dalla necessità di difendere la patria e quindi anche la necessità di commettere un'azione immorale purché sia riscattata dalla magnaminità del disegno politico. Per conseguire ciò utilizza la storia liviana che si avvale di una duplice funzione: da un canto sottolinea la necessità sopracitata e da un altro consegue la “lezione degli antichi” in quanto l'uomo al di là dei tempi non si modifica mai.
La lettura dei capitoli 44-49 permette di individuare dei passaggi chiave per comprendere gli ideali machiavelliani:
“La moltitudine senza capo é inutile....”
Un'affermazione d'impatto che ci fa capire immediatamente la posizione che prende Machiavelli a riguardo. L'illustre autore dichiara che il popolo senza un capo(di qualsiasi tipo esso sia) sarebbe perduto. Portando degli esempi della storia della repubblica romana sottolinea la necessità incontrovertibile della presenza di qualcuno che prenda in mano la situazione sopratutto nel caso di un disordine popolare.
“....e come é non si debbano minacciare poi chiedere l'autorità”
Inoltre si sottolinea la capacità di un capo di saper “dissumulare” i propri voleri sopratutto se si trattano di intenzioni rivolte ad un utilizzo negativo dei mezzi che si richiedono alle autorità.
“E' una cosa di malo esemplo non osservare una legge fatta, e massime dallo autore d'essa; e rinfrescare ogni di nuove ingiurie in una città,é, a chi la governa, dannosissimo.” Tuttavia Machiavelli avverte I suoi lettori che non seguire le regole può essere dannosissimo soprattutto se una legge la si fa e poi si é I primi a non rispettarla. Perciò qui, a mio avviso, si fa chiaro che l'autore si tiene neutrale sulla divisione del potere politico dalla legge alla quale in qualche modo deve sottostare anche un governante. Il problema delle leggi inoltre ricorre al 49° capitolo in cui:
“Se quelle cittadi che hanno avuto il principio libero, come Roma hanno difficultà a trovare legge che le mantenghino: quelle che lo hanno immediate servo, ne hanno quasi una impossibilità” L'autore sottolinea la difficoltà di una città libera (portando il caso della Roma repubblicana) di trovare leggi giuste che la mantengano tale. La descrizione dei costumi del tempo e delle leggi esistenti rende estremamente difficile comprendere quale soluzione consigliata Machiavelli.

Machiavelli e il problema religioso (instrumentum regni)

Già nelle prime righe del 12esimo capitolo del Libro 1 dei Discorsi Machiavelli fa una critica alla chiesa cristiana,accusandola di corruzione. Afferma infatti che per mantenere uno Stato inalterato occorre mantenere incorrotte le cerimonie della chiesa perché niente rovina uno stato come vedere dispregiato il proprio culto.

Secondo lui i principi di una repubblica o di un regno devono mantenere i fondamenti della religione del popolo perché, una volta fatto questo, sarà facile per loro mantenere il popolo buono e unito.

Scrive che anche se i principi non ritenessero vere le affermazioni della religione non dovrebbero giudicarle false ma favorirle ed accrescerle ,anche se conoscono la verità delle cose naturali per non privare il popolo delle proprie credenze popolari dunque le loro fondamenta.

Vuole provare che è sbagliato attribuire alla chiesa cristiana il merito dell'unità d'Italia. Il motivo per cui Machiavelli afferma il contrario è che dove c'è la religione c'è il bene, quindi dove c'è il male la colpa è della chiesa.

Afferma che la chiesa ha tenuto lo stato diviso perché nessuna provincia può essere veramente unita senza venire all'ubbidienza di un solo principe, come è già successo alla Francia e alla Spagna. La colpa sarebbe dunque stata della chiesa cristiana perché con il suo imperio temporale non ha mai permesso la salita al potere di un principe e non ha mai nemmeno preso in considerazione di chiedere aiuto ad un potente straniero per paura di perdere il proprio dominio (per spiegare meglio fa l'esempio di Carlo Magno che cacciò i Longobardi che avevano assediato quasi tutta l'Italia ).

Non essendo dunque mai stata ne potente da potere occupare l'Italia ne da avere permesso che fosse occupata da qualcun altro è sempre stata sotto più domini. Ciò significa che lasciando governare lo Stato da vari potenti ha causato la rottura .

Nel 6 capitolo del Principe invece, nonostante la critica che avanza verso la credibilità della religione, nel parlare di fortuna e di principi cita il racconto di Mosè che liberò gli egizi, tratto dalla Bibbia.

Verso la fine del capitolo riprende però il suo ideale secondo il quale i principi non necessitano della religione perché si devono basare nella propria forza e non nella preghiera.

Machiavelli crea dunque una contraddizione all'interno dell'opera.


- Machiavelli e la famigerata formula "Il fine giustifica i mezzi" ("Principe" cap. XVII-XVIII, cap. 13 "Scegliere il Principe: i consigli di Machiavelli al cittadino elettore". Nel capitolo XVII "De crudelitate et pietate; et an sit melius amari quam timeri vel et contra" (=Della crudeltà e pietà; e s'elli è meglio essere amato che temuto) Machiavelli in questo capitolo dichiara che il principe non deve preoccuparsi della sua condotta crudele, se viene esercitata per mantenere l'unità dei suoi sudditi. Leggendo questo capitolo si evince che, secondo me, Machiavelli legittima la violenza in extrema ratio non tanto per conseguire un fine, quanto per necessità. Infatti il fine sarebbe giustificato appunto dalla natura egoista e crudele dell'uomo, che costringe il principe ad adottare certe misure. A mio parere Machiavelli non è dunque un cinico o un fanatico, bensì un realista che sa che il principe si trova a confrontarsi appunto con uomini che pensano al loro tornaconto personale piuttosto che a quello collettivo, perché, come afferma lo stesso autore nel XII capitolo, "Gli stati nuovi sono pieni di pericoli". Tradizionalmente i principi dovevano essere amati e da ciò "nasce una disputa". Secondo Machiavelli è molto meglio che un principe sia temuto piuttosto che amato perché i suoi sudditi non devono calpestarlo e io condivido questa tesi. Un principe non deve essere odiato, ma nemmeno amato perché l'amore è un "legame di riconoscenza" che può spezzarsi in base all'utile di ciascun individuo, mentre il timore non si spezza mai. In conclusione, il principe deve solo preoccuparsi di evitare l'odio; a questo proposito infatti porta come esempio Annibale che non aveva mai incontrato discordie pur combattendo in terra straniera. Nel XVIII capitolo, si afferma invece che i principi possono anche non mantenere la parola data e che anzi i principi che avevano raggirato i loro sudditi, come Francesco Sforza, il Valentino e Ferdinando il Cattolico avevevano superato i principi sinceri. Egli deve combattere sia con le leggi (uomo) che con la forza (bestia) e porta come esempio Chirone, un saggio centauro. Le leggi infatti non possono durare senza la forza e viceversa. "Quello che ha saputo usare meglio la golpe, è meglio capitato"; i principi astuti hanno sempre tratto vantaggio dalla loro virtù. Chi inganna trova sempre qualcuno che si fa ingannare. Anche in questo punto concordo con le parole di Machiavelli, il fatto di non mantenere la parola data è dettato comunque dalla necessità, perché è bene che quando il principe possa mantennga la parola data. La necessità è dettata dal bisogno e dal dovere di mantenere lo stato, perciò secondo me non sono i fini che giustificano i mezzi. Quando parla, un principe deve sembrare pietoso, umano e religioso. "E paia, a udirlo e a vederlo, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità e tutto religione". E' quindi la crudeltà dell'uomo (ovvero una necessità) che per Machiavelli giustifica i mezzi. Dove invece non c'è giudizio presso cui reclamare, si guarda al fine (extrema ratio). Il popolo si conquista dunque con l'apparenza, l'aspetto al quale esso dà più importanza (il principe è da una parte anche dunque costretto ad apparire). Il volgo non deve trovare nel principe un'autorità d'appoggio. Nel capitolo XIII dell'opera di Rivoli viene detto che Machiavelli detesta la corruzione, dalla quale derivano tutti gli altri mali e disordini. "Da qui gli ordini e le leggi non per publica, ma per propria utilità si fanno." Secondo l'autore la società nasce dall'utile di ciascun individuo e perciò predica l'amore per la patria. Un popolo non corrotto sa essere lungimirante e sa porre il bene comune al di sopra di quello individuale. Egli porta l'esempio del popolo romano che rifiutò il favore che un potente cittadino gli offriva perché capì che li avrebbe portati alla tirannide. Alla fine secondo me è vero che sono molto rari i leader che sanno andare contro la corruzione, ma possono davvero spingere all'impegno civile e a nuove energie morali i cittadini. Essi devono essere portati ad amare sinceramente il bene comune, altrimenti s'incorrerebbe nel rischio di far fallire uno stato. In conclusione secondo me è la necessità che porta alla legittimazione di certi mezzi, non tanto il fine se non in casi estremi in cui non vi siano alternative.

Machiavelli e il conflitto sociale, ossia anticipatore del materialismo nel senso di una dialettica non teologica che mai trova sintesi ed è continuamente aperta agli incontri aleatori (fortuna delle forze in gioco):
Nel capitolo 4 dei Discorsi, Machiavelli si esprime a proposito dei tumulti svoltisi a Roma nell'arco dei 300 anni che intercorrono dalla morte dei Tarquinii alla creazione dei primi Tribuni e si esprime anche contro le opinioni di coloro che dicono che Roma sia stata una repubblica tumultuaria e piena di confusione, che se la fortuna e l'abilità militare non l'avessero aiutata sarebbe stata inferiore a ogni altra repubblica. L'autore non nega che la fortuna e l'esercito fossero punti di forza dell'impero romano ma questi giudizi non sono ben fondanti secondo la sua opinione poiché un buon esercito implica la presenza di un buon ordine, se lo stato di Roma e la sua organizzazione fossero state confusionarie non si sarebbe potuto avere un esercito forte e stabile. Machiavelli si scaglia contro chi considera negativi i tumulti fra i nobili e la plebe di Roma poiché secondo lui costoro criticano proprio quegli aspetti che resero libera la città, sostiene anche che le buone leggi, formulate in favore della libertà,  nascano proprio dai contrasti tra questi due gruppo sociali così diversi fra loro. Machiavelli considera questi tumulti positivi anche perché portavano raramente a scontri aperti o all'esilio di alcuni personaggi della città e per questo motivo la città non può essere definita frammentaria. Infine quella di Roma non era una repubblica disordinata poiché sono innumerevoli gli esempi di virtù che se ne possono trarre, egli spiega con una precisa concatenazione che i buoni esempi nascono dalla buona educazione, questa nasce dalle buone leggi e queste ultime provengono dai tumulti stessi. L'autore è convinto che ogni popolo e dunque ogni città debba avere i suoi modi di sfogare la propria ambizione e sono perciò di grande esempio quelle città nelle quali le decisioni del popolo vengono prese col consenso del popolo. Citando Tullio spiega che i popoli benché siano ignoranti sono capaci della verità e cedono con facilità quando un uomo di fiducia dice loro la verità. Infine i tumulti di Roma sono degni di lode poiché hanno portato alla creazione dei Tribuni che oltre a migliorare considerevolmente l'amministrazione popolare, furono costituiti per essere guardiani della libertà romana.Capitolo IX, Principe:Nel primo punto del capitolo Machiavelli spiega che quando un privato cittadino riceve  la carica di principe della sua patria si ha la formazione di un principato civile e specifica che per il raggiungimento di questa condizione è spesso necessaria una fortunata astuzia. Ci sono due modi in cui si può essere scelti: il favore del popolo o quello della nobiltà. In ogni città il popolo si rifiuta di essere oppresso e la nobiltà desidera invece comandare e opprimere. Da questo conflitto nasce uno di questi tre effetti: principato, libertà o licenza.Nel secondo punto della sua riflessione ci mostra come si forma il principato a partire dai contrasti esistenti fra i due gruppi sociali: i nobili non resistono alla pressione del popolo perciò scelgono fra loro una guida che diventerà principe, sotto la protezione della quale possano proteggere i propri interessi e allo stesso modo può succedere che il popolo si affidi nelle mani di un suo rappresentate rendendolo principe per essere protetto dalla sua autorità. Il principe che ascende al potere dalla parte dei nobili incontra più difficoltà rispetto a chi lo fa dalla parte del popolo poiché le persone che si trova accanto gli sembrano suoi pari per questo non li può né comandare ne maneggiare come vorrebbe.Nel terzo punto Machiavelli prosegue la descrizione spiegando che il principe eletto dal favore del popolo si ritrova solo, con pochissimi o nessuno che non siano disposti a obbedirgli. Il fine del popolo è inoltre più onesto di quello dei nobili che se realizzato finirebbe per nuocere ai più, poiché il desiderio dei nobili come ricorda è opprimere, quello del popolo è di non essere oppresso. Infine il principe deve vivere accanto al suo popolo.Nel quarto punto Machiavelli distingue due tipi di governanti: quelli che governano in modo da impegnarsi al benessere altrui o no. Coloro che si impegnano e non sono rapaci sono degni di lode, coloro che non lo fanno si possono di nuovo suddividere in due categorie: o non se ne occupano perché vili e con mancanza di spirito o perché sono spinti a realizzare solo il proprio interesse personale.Nel quinto punto Machiavelli parla del rapporto che dovrebbe coesistere fra governante e sudditi: il principe che diventa tale mediante il favore del popolo dovrebbe mantenersi il popolo amico e ciò è piuttosto facile poiché il popolo desidera non essere oppresso, colui che invece lo diventa grazie al favore della nobiltà deve guadagnartelo ma anche questo compito di rivela facile perché il principe dovrà solo dimostrare di proteggerlo, in questo caso il popolo diventerà più benevoli nei suoi confronti, come se egli fosse stato scelto dal popolo stessoNel sesto punto Machiavelli sottolinea l'importanza di tenersi amico il popolo poiché la sua utilità si rivela  grande nelle situazioni di avversità. Qui fa l'esempio del principe degli Spartani Nebide che protesse la sua patria e il suo stato durante un terribile assedio grazie all'aiuto di poche persone fidate ma soprattutto grazie alla fede che il suo popolo riponeva in lui. Un buon principe abile nel governo, forte di spirito e ricco di virtù potrà ben riporre dunque la sua fiducia nel suo popolo.Nel settimo ed ultimo punto l'autore spiega che i principati sono deboli durante il passaggio dalla loro forma civile a quella assoluta poiché i loro principi governano soli o con l'aiuto dei magistrati. In tempi avversi questi ultimi posso togliere lo stato al principe con grande facilità o andargli contro o disubbidirgli. In questi momenti il principe non ha la prontezza giusta per prendere in mano l'autorità assoluta perché i cittadini e i sudditi che prendono ordini dai magistrati gli disubbidiscono e dunque il principe di ritroverà accanto pochissime persone fidate. Egli inoltre non potrà basarsi su quello che osserva nelle situazioni di quiete quando i cittadini hanno bisogno dello stato perché in questi periodi tutti sono disposti a tutto per lui. Nei tempi avversi invece, quando sarà lo stato ad aver bisogno dei suoi cittadini ce ne saranno ben pochi. Un principe saggio deve pensare un modo attraverso il quale i suoi cittadini in ogni condizione e qualità di tempi abbiano bisogno dello stato e di lui, e gli saranno una volta trovata la soluzione, sempre fedeli.Le Istorie Fiorentine, Libro III, capitolo I:Le discordie fra popolo e nobiltà sono alla base di tutti i mali e i tormenti delle città. Machiavelli compara a questo proposito le vicende della Roma repubblicana a quelle della Firenze a lui contemporanea: i conflitti sotto forma di dispute nati a Roma divennero combattimenti armati veri e propri a Firenze, esse si risolsero a Roma tramite la promulgazione di leggi e a Firenze con l'esilio o con la morte di molti cittadini, quelle di Roma accrebbero la sua virtù militare quelle di Firenze la spensero del tutto, quelle di Roma portarono disuguaglianze sociali mentre a Firenze uguaglianze. La diversità di effetti è stata prodotta dai diversi fini avuti dai due popoli: quello di Roma desiderava godere degli onori insieme ai nobili, quello di Firenze voleva essere solo nel governo della città, escludendo l'intervento dei nobili. I desideri del popolo romano erano più ragionevoli perciò la nobiltà non si opponeva in maniera eclatante e dopo qualche disputa si giungeva alla creazione di leggi che soddisfacessero entrambe le parti; il desiderio del popolo fiorentino era ingiusto, per questo provocò una reazione maggiore da parte della nobiltà fino ad arrivare allo scontro aperto causando ingenti perdite e le leggi che ne derivavano erano sempre tutte dirette in favore dei vincitori anziché della comune utilità. Roma diveniva dunque sempre più virtuosa a seguito delle vittorie riportate dal popolo e il suo potere si accresceva. Il popolo si occupava dell'amministrazione con i nobili preposti ma a Firenze vincendo il popolo i nobili rimanevano privi di magistrati e volendo riacquistarli dovevano non solo sembrare ma essere come il popolo nel governo, nello spirito e nel modo di vivere, da qui le variazioni dei titoli e due nomi di famiglia tanto che la virtù delle armi e la generosità d'animo che era nella nobiltà si spegneva e nel popolo che non l'aveva mai posseduta non poteva di certo accendersi, di conseguenza Firenze divenne sempre più umile e disprezzata.  La virtù eccessiva di Roma si trasformò ben presto in superbia e degenerò tanto da essere necessaria la figura di un principe per ristabilire l'ordine e Firenze ha raggiunto il medesimo stadio e facilmente , secondo il parere di Machiavelli potrebbe essere riordinata da un saggio governatore in una qualunque forma di governo. Per concludere, Machiavelli ritrova nella nascita di Firenze e nel principio della sua libertà le ragioni delle divisioni della medesima, come le parti dei nobili e del popolo ad Atene sotto la tirannide del Duca di Atene che si conclusero con la rovina della nobiltà.