ARTE FIAMMINGA
Una miniatura su tela

Il mondo è osservato attraverso una lente nel nuovo linguaggio pittorico dell'arte fiamminga. Un rivoluzionario gusto artistico, nato nelle Fiandre tra il XV e XVI secolo, che, ispirandosi alle opulente miniature degli antichi manoscritti, segnerà l'inizio di una ricca produzione pittorica del tutto nuova e innovativa, la quale avrà grande influenza e risonanza su tutto il panorama artistico europeo.

Tale diffusione la si deve soprattutto agli intensi rapporti commerciali fra i principali centri fiamminghi e le più fiorenti città degli altri paesi del continente. Le Fiandre infatti erano divenute, in seguita all'apertura della via marittima per l'Oriente, uno dei più importanti poli mercantili; città come Bruxelles, Anversa e Bruges primeggiavano per ricchezza e potenza, grazie all'azione di una classe borghese sempre più spregiudicata e influente, nelle cui mani risiedeva il benessere e lo sviluppo dei centri urbani.

In ogni città è presente una gilda di pittori, la quale ricopre un ruolo fondamentale nella formazione artistica di un pittore. Questo è tenuto a seguire un apprendistato di durata quinquennale presso un artista affermato e dimostrarsi capace di conoscere e procurarsi tutto quanto è necessario (colori, utensili, tavole) per la realizzazione di un'opera. Terminato il periodo di apprendistato il futuro pittore diventa garzone e, seppur ancora obbligato a lavorare per un maestro, riceve un salario. Una volta divenuto anch'egli maestro resterà comunque ancora sottoposto a controlli da parte della gilda, al fine di conservare di altissimo livello la preparazione degli artisti e le loro opere.

Ma cos'è che rende la pittura fiamminga così unica e priva di eguali? Suo tratto più distintivo è la tendenza a mostrare la natura con perizia di dettagli e particolari, al fine di conseguire una resa minuziosa e virtuosistica della realtà, come se questa fosse vista attraverso una lente che ne metta in risalto ogni angolazione e sfumatura; tutto nell'arte fiamminga è importante, degno di essere rappresentato sulla tela. La scelta delle scene da dipingere verte su episodi tipici della vita quotidiana, veri e concreti, ai quali fanno solitamente da sfondo ambienti chiusi, privati e intimi. Spesso, comunque, il paesaggio esterno è inserito, e tante volte lo si può scorgere attraverso una finestra; il senso di lontananza è espresso con grande abilità e maestria, caratterizzata anch'esso da un'estrema cura per il dettaglio e da proporzioni ben misurate tra gli edifici e il paesaggio naturale. Nei dipinti fiamminghi la luce funge da elemento unificante, proveniente da fonti evidenti ma priva di una vera e propria direzionalità.

In funzione di questa ricerca continua di naturalismo, gli artisti ricorrono alla tecnica della pittura a olio, la quale prevedeva sostanzialmente la diluizione del colore in un olio, il quale era comunemente di lino, noce o papavero. Si trattava di una tecnica assolutamente più versatile e funzionale alla pittura rispetto alla quella della tempera, la quale rendeva i colori opachi e li privava di realismo, conferendo alla pittura pesantezza e negandole un'effetto veramente naturale. La pittura a olio al contrario, oltre ad accendere i colori e donargli limpidezza, è capace anche di renderli delicati, facilitando in questo modo la tecnica del tratteggio, grazie alla quale il passaggio da luci a ombre è impercettibile agli occhi dell'osservatore, mentre la raffinatezza di sfumature e ombreggiature raggiunge apici di realismo e naturalismo mai fino ad allora toccati. Giorgio Vasari, nel suo Vite dei più eccellenti architetti pittori et scultori italiani, afferma, in accordo con le credenze del tempo, che sia Jan van Eyck l'inventore della pittura a olio; il celebre storico dell'arte aggiunge poi che a diffondere questa sublime nella penisola italica sia stato Antonello da Messina, in seguito a un suo presunto viaggio nelle Fiandre. Si tratta infatti di una serie di notizie false o comunque non del tutto attinenti alla verità storica dei fatti; la pratica di diluire il colore era già nota fin dall'antichità e venne semplicemente ripresa e perfezionata dai pittori fiamminghi, inoltre fu effettivamente Antonello a diffondere la tecnica in Italia ma non perché si fosse recato nelle Fiandre ma piuttosto perché la apprese nel regno di Napoli, della quale fu uno dei primi epicentri italiani.

Altra caratteristica fondamentale dell'arte fiamminga è una costruzione spaziale basata su principi intuitivi, dalla quale non emerge alcuna traccia della tecnica della prospettiva. Gli artisti fiamminghi infatti scelsero di non ricorrere alla prospettiva in quanto nella loro ottica era sufficiente che venisse semplicemente reso, anche se non in attraverso un metodo razionale e matematicamente esatto, un generale senso di profondità. Da questa scelta stilistica si evince quanto la mentalità fiamminga fosse estranea a un razionalismo laico, promosso dall'Umanesimo, che andava sempre più diffondendosi, in modo particolare in Italia, secondo cui l'uomo, posto al centro dell'interesse, dello studio, dell'Universo, avrebbe dovuto prendere coscienza della sua superiorità. Oltre a questo aspetto, mentre nella produzione pittorica italiana si assiste a una resa della spazialità mediante termini assoluti, quella fiamminga predilige lasciare spazio, più che a una spazialità universale, ai vari tipi di ambiente espressivi mediante termini relativi.