BURRI INCONTRA
PIERO DELLA FRANCESCA

La mostra del 'Centenario' al museo Civico di Sansepolcro

Finalmente, per la prima volta in assoluto nella storia, giacciono sotto lo stesso tetto l’uno accanto all’altro, in un abbraccio ideale tra rinascimento e contemporaneo, Piero della Francesca (Sansepolcro 1416 circa -1492) e Alberto Burri (Città di Castello 1915 – Nizza 1995). L’occasione di riunire presso il museo civico di Sansepolcro due tra i più grandi rappresentanti della storia dell’arte mondiale, è data dal Centenario della nascita di Burri e questa mostra nella città natale del maestro della luce, dal titolo «Rivisitazione: Burri incontra Piero della Francesca»

Alberto Burri (1915-1995) nasce a Città di Castello in Umbria, segue gli studi di medicina e si laurea nel 1940. Arruolatosi come ufficiale medico, viene fatto prigioniero a Tunisi dagli inglesi nel 1943. L’anno successivo viene trasferito dagli americani in un campo di prigionia in Texas. Qui inizia la sua attività artistica. Tornato in Italia abbandona definitivamente la medicina per dedicarsi esclusivamente alla pittura.

Sin dall’inizio la sua ricerca si svolge nell’ambito di un linguaggio astratto con opere che non concedono assolutamente nulla al figurativo in senso tradizionale. Le prime opere che lo pongono all’attenzione della critica appartengono alla serie delle «muffe», dei «catrami» e dei «gobbi». Queste opere, che esegue tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi degli anni Cinquanta, conservano un carattere essenzialmente pittorico, in quanto sono costruite secondo la logica del quadro. Le immagini, ovviamente astratte, sono ottenute, oltre che con colori ad olio, con smalti sintetici, catrame e pietra pomice. Nella serie dei «gobbi» introduce la modellazione della superficie di supporto con una struttura di legno, dando al quadro un aspetto plastico più evidente.

Alla prima metà degli anni Cinquanta appartiene la sua serie più famosa: quella dei «sacchi». Sulla tela uniformemente tinta di rosso o di nero incolla dei sacchi di iuta. Questi sacchi hanno sempre un aspetto «povero»: sono logori e pieni di rammenti e cuciture. Al loro apparire fecero notevole scandalo: ma la loro forza espressiva, in linea con il clima culturale del momento dominato dal pessimismo esistenzialistico, ne fecero presto dei «classici» dell’arte. Con alcune mostre tenute da Burri in America tra il 1953 e il 1955 avviene la sua definitiva consacrazione a livello internazionale.

La sua ricerca sui sacchi dura solo un quinquennio. Dal 1955 in poi si dedica a nuove sperimentazioni che coinvolgono nuovi materiali. Inizialmente sostituisce i sacchi con indumenti quali stoffe e camicie. La sua ricerca è in sostanza ancora tesa alla sublimazione poetica dei rifiuti: degli oggetti usati e logorati ne evidenzia tutta la carica poetica come residui solidi dell’esistenza non solo umana ma potremmo dire cosmica.

Dal 1957 in poi, con la serie delle «combustioni», compie una svolta significativa nella sua arte, introducendo il «fuoco» tra i suoi strumenti artistici. Con la fiamma brucia legni o plastiche con i quali poi realizza i suoi quadri. In questo caso l’usura che segna i materiali non è più quella della «vita», ma di un’energia che ha un valore quasi metaforico primordiale – il fuoco – che accelera la corrosione della materia. Nella sua poetica è sempre presente, quindi, il concetto di «consunzione» che raggiunge il suo maggior afflato cosmico con la serie dei «cretti» che inizia dagli anni Settanta in poi. In queste opere, realizzate con una mistura di caolino, vinavil e pigmento fissata su cellotex, raggiunge il massimo di purezza e di espressività. Le opere, realizzate o in bianco o in nero, hanno l’aspetto della terra essiccata. Anche qui agisce un processo di consunzione che colpisce la terra, vista anch’essa come elemento primordiale, dopo che la scomparsa dell’acqua la devitalizza lasciandola come residuo solido di una vita definitivamente scomparsa dall’intero cosmo.

Nell’opera di Burri l’arte interviene sempre «dopo». Dopo che i materiali dell’arte sono già stati «usati» e consumati. Essi ci parlano di un ricordo e ci sollecitano a pensare a tutto ciò che è avvenuto nella vita precedente di quei materiali prima che essi fossero definitivamente fissati nell’immobilità dell’opera d’arte. La poetica di Burri, più che il suo stile, hanno creato influenze enormi in tutta l’arte seguente. La sua opera ha radicalmente rimesso in discussione il concetto di arte, e del suo rapporto con la vita. L’arte come finzione mimetica che imita la vita appare ora definitivamente sorpassata da un’arte che illustra la vita con la sincerità della vita stessa.

LA MOSTRA

L'entrata al museo Civico.

In occasione dell’esposizione è prevista la preparazione di un catalogo che, oltre a raccogliere le immagini delle opere in mostra, reca alcuni significativi saggi storico-critici di Carlo Bertelli, Bruno Corà e Chiara Sarteanesi relativi all’importante scadenza con le fotografie di Riccardo Lorenzi. Le opere di Burri esposte nel Museo Civico nella sala accanto a quella che ospita la Resurrezione (1458 circa) sono il Sacco e Verde (1956) Rosso plastica (1962) Grande Bianco Cretto (1974) e Cellotex (1975). Nella stessa sala della Resurrezione, al tempo di Piero la sala dei Conservatori del Popolo, anche il San Ludovico (1460), il San Giuliano (1454 circa).

L’evento, ideato dal biturgense Riccardo Lorenzi, a cura della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, è promosso dall’associazione sbandieratori di Sansepolcro e dalla Pinacoteca civica, il patrocinio dei Comuni di Sansepolcro e di Città di Castello e il fondamentale contributo degli sponsor privati di aziende della Valtiberina umbra e toscana e non solo. «La genesi della mostra è stata travagliata ma oggi la soddisfazione di essere riusciti in un’impresa quasi impossibile è grandissima – ha spiegato il sindaco di Sansepolcro Daniela Frullani –. Questo risultato conferma che il dialogo e la collaborazione tra istituzioni, in particolare la Fondazione Palazzo Albizzini, Comune di Città di Castello e Comune di Sansepolcro, e sponsor privati, senza i quali non sarebbe stata possibile, crea una sinergia potente e rende reali e concrete grandi idee».

Rosso Plastica

Plastica, combustione su tela, 83,5 x 102 cm

Nel 1958 Alberto Burri, sebbene si dedicasse ai 'Legni', alle 'Combustioni' e talvolta ai 'Sacchi' inizia a porre la sua attenzione su un nuovo materiale, la plastica, che fa la sua apparizione nell'opera Combustione Plastica del 1958 e che verra utilizzata ampiamente nel decennio successivo. L'artista modella le plastiche trasparenti, rosse, nere con il fuoco. Questo elemento era già divenuto nelle mani di Burri, sin dalle prime 'Combustioni', uno strumento che gli permetteva di trasformare la materia  e piegarla a seconda delle sue necessita. Con esso riesce ad agire e plasmare la plastica aprendola in crateri, o raggrinzendola con delle slabbrature ai bordi carbonizzati e raggrumati, i cui lembi modellati sono ammorbiditi, uniti e stirati in modo da creare quasi dei drappeggi. La plastica sovente è adagiata su un supporto oppure gli strati di pellicola vengono distesi su telai di acciaio. Nel primo caso nascono opere come Rosso Plastica, 1962 dove la plastica rossa combusta e lesionata si apre in cavità da cui emerge il nero dello sfondo. Questo forte contrasto cromatico non fa altro che proiettare la plastica rossa in avanti come se invitasse lo spettatore a guardare al di la dei suoi fori in quel baratro nero che si intravede in profondità. Nel secondo caso Burri crea delle opere che rivelano una grande forza, nell'apparente leggerezza ed inconsistenza dei film in PVC, mostrando i crateri della combustione e i riverberi neri del fumo cristallizzati sulla superficie. La materia comunque anche in questo caso è sempre sottoposta dall'artista ad un controllo costante, tale da escludere in gran parte la casualità insita nella reazione del materiale sottoposta a tale processo.

Cellotex

Acrilico, vinavil su cellotex, 152 x 251 cm

La maturità di Burri si apre con declinazione artistica, quella dei 'Cellotex'. Questi si caratterizzano per l'utilizzo di un materiale, il Cellotex, che diverrà protagonista incontrastato fino alle sue ultime opere, e per una nuova modalità espressiva. L'artista umbro adotta questo materiale sin dal 1949, ma in funzione ausiliaria come supporto per le altre materie. A partire dal 1969 il Cellotex diviene il materiale primario delle sue opere e continuerà ad esserlo negli anni 70 e 80. Oltre al ruolo primario del Cellotex la novità è data anche dalla modalità esecutiva, si passa dall'aggiungere materia alla materia ad un togliere. L'artista avoca direttamente sul Cellotex con delle lame ed altri utensili, scava spella crea scabrosità, dislivelli, mette a nudo le fibre che lo compongono, andando così a costituire la tessitura compositiva e spaziale dell'opera,con superfici geometriche quasi sempre elementari. In alcuni Cellotex la finitura è data semplicemente da alcuni strati di vinavil che stempera l'opacità del materiale mettendo in evidenza la superficie. In altri casi, come l'opera in mostra Cellotex, Burri vi stende sopra il colore acrilico, in questo caso il nero. La superficie così trattata,soprattutto nei grandi lavori monocromi e nei Neri, acquista effetti luminosi di grande intensità, infatti il colore riverbera la luce con una scala variata e fittissima di toni che permettono alle forme di uscire dalla superficie. In Cellotex questo è evidente, la cesura centrale conferisce all'opera un rigore spaziale che ha cadenze di una limpidità classica. Sono proprio queste forme e lo spazio presenti nelle opere della sua maturità a far percepire profondi legami con i grandi artisti della stagione rinascimentale. Di essi scruta la solidità rappresentativa e il senso dello spazio. Tutto ciò è ravvisabile anche nei maggiori cicli pittorici realizzati in questi anni, tra cui ricordiamo Sestante,1982, Rosso e Nero,1983-1984, Annottarsi, 1987, Metamorfotex,1991 e Il Nero e l'Oro, 1992-1995 caratterizzati da figure semplici, geometrie essenziali, da sviluppi modulari di forme curve e piane. Questi elementi all'interno dei limiti di ogni singola opera acquisiscono il loro senso visivo e spaziale. E ogni singola opera, unita alle altre che compongono il ciclo, contribuisce alla definizione del significato complessivo di quest'ultimo. Il risultato che ne scaturisce rievoca i grandi cicli pittorici, da quelli di Giotto nella Basilica Superiore di Assisi e quelli di Piero della Francesca di San Francesco ad Arezzo.

Sacco e Verde

Sacco, tela, acrilico, olio su tela, 178 x 205 cm

All'indomani della tragica conclusione degli eventi bellici del secondo conflitto mondiale, in un dopoguerra di duro ritorno alla normalità. Alberto Burri, dopo una prima produzione figurativa, intraprende un nuovo percorso che lo porterà, soprattutto fra il 1949 e il 1956, ad una nuova concezione pittorica di 'presentazione' della materia quale quella dei 'Sacchi'. L'effetto di queste opere all'interno del panorama artistico dirompente. La materia usata è comune, povera, il sacco di iuta. Questo rappresenta al medesimo tempo il medium, il materiale e l'opera stessa. La rivoluzione di Burri non è soltanto compositiva e strutturale ma anche semantica: l'opera prende il nome e il senso dal materiale di cui è composta. Questo accadrà in molte opere degli anni successivi. I 'Sacchi', come l'opera in mostra Sacco e Verde del 1956, sono il risultato di complesse armonie formali, cromatiche e materiche che sembrano risolversi in una radicale semplicità. In queste opere il sacco e i segni del suo vissuto prendono posto accanto al colore. Strappi, rammendi, stampigliature diventano linee e forme che determinano lo spazio all'interno dell'opera e la tempo stesso le conferiscono forza e drammaticità. In Sacco e Verde, 1956 le cuciture uniscono i tessuti e determinano una scansione spaziale che si sviluppa orizzontalmente e verticalmente, dando origine a delle figure geometriche ad aree rettangolari. L'opera richiama nelle proporzioni la sezione aurea, elemento che avvicina Burri alla tradizione rinascimentale e alla figura di Piero. I rammendi e le toppe vanno ad inserirsi in questo contesto come delle figure, degli oggetti che danno senso quasi emotivo a questo spazio teso, lacerato e ricucito. Le diverse tonalità dei sacchi si accordano con le altre materie presenti nell'opera: il tessuto verde e l'inserto di colore nero. L'armonia, la complessità e l'emotività sprigionata da quest'opera determinano la sua potenza e la sua capacità di suggestione.

Grande Bianco Cretto

Acrovinilico su cellotex, 129,5 x 204,5 cm

Con Tutto Bianco, realizzato nel 1958 ed esposto per la prima volta a Venezia nello stesso anno, Burri inaugura una nuova modalità pittorica, quella dei "cretti", che si svilupperà però compiutamente solo durante gli anni Settanta. Si tratta di opere pittorico-plastiche costituite da un foglio di cellotex - il "Compresso" ligneo utilizzato nell industria tra gli anni Quaranta e gli anni Novanta - utilizzato come supporto di materiali acrovinilici di colore bianco, nero o bianco e nero. Su questi l artista interviene e, con processi controllati e misurati, produce spaccature e screpolature, che si susseguono con ritmo e profondità differenziati, su una parte o su tutta la superficie del cellotex. All'apparenza tali opere sembrano richiamare le casuali crettature, comunemente visibili in natura sulla terra argillosa e fessurata dalle temperature elevate e asciutte. In realtà la valenza estetica dei cretti è proprio da individuare nella assoluta mancanza della casualità della natura, in virtù di una elaborazione formale determinata da un processo rigorosamente controllato dall' artista, che sperimenta un materiale nuovo, le cui reazioni rispetto alle sollecitazioni esterne possono essere imprevedibili. L'artista ricerca l'equilibrio formale, l'armonia dell'insieme e dimostra grande controllo dell'esito spaziale. Il "Cretto" esposto reca sulla superficie la geometrica presenza di una linea arcuata, che delimita armonicamente la bianca crettatura. L'immagine risulta apparentemente semplice, ma in realtà è il prodotto di un rigore e di un equilibrio compositivo: la proporzione, l armonia e il profondo senso dell'ordine emergono come categorie estetiche portanti e intrinseche alla pittura di burri e danno un sapore classico alla quasi totalità della sua produzione. Egli infatti, tra i suoi riferimenti, anche gli artisti della grande stagione rinascimentale italiana, con i quali mantenne un rapporto evidente e dialetticamente constante nelle diverse fasi del suo percorso artistico.

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Prodotto da Giulio, Davide, Letizia e Sara.

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