Cineforum 2013

Sala della Comunità «Padre Luigi Rosa»

Parrocchia Sant'Ambrogio - Lonate Pozzolo (VA)

presso Oratorio Maschile "don Antonio Tagliabue"
via Papa Giovanni, XXIII, 59 - LONATE POZZOLO (VA)

Proiezioni alle ore 21.00

Ingresso: 3,00 €

Bianca come il latte,
rossa come il sangue

BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE

Leo ha sedici anni, poca voglia di studiare e tanta di dichiararsi a Beatrice, la ragazza dai capelli rossi che frequenta il suo liceo. Perdutamente innamorato, prova in tutti i modi ad avvicinarla ma ogni volta non sembra mai quella buona. Esitante e maldestro, Leo chiede aiuto all'amico Niko e all'amica Silvia, invaghita di lui dalle medie e da una gita a Venezia. Inciampato dentro a un cinema e a un passo da lei, il ragazzo riesce finalmente a strapparle la promessa di rivedersi presto a scuola ma in aula Beatrice non tornerà più perché la leucemia le ha avvelenato il sangue e compromesso il futuro. Sconvolto ma risoluto, Leo decide di prendersi cura di lei e di accompagnarla nella malattia, allacciando con Beatrice una tenera amicizia che contemplerà il buio e la luce. Tra una partita di calcetto e un brutto voto da riparare, Leo imparerà la vita, la morte e l'amore.

Non è la prima volta che Giacomo Campiotti gira un film carico di morte che parla della vita. Otto anni fa con "Mai + come prima" aveva trattato la perdita corredandola a un periodo dell'esistenza qual è l'adolescenza, piena di novità e trasformazione. Allo stesso modo Bianca come il latte, rossa come il sangue è un percorso di formazione che affronta la crescita attraverso la morte. Al centro del film, trasposizione del romanzo omonimo di Alessandro d'Avenia, un adolescente che vede il mondo bianco e rosso, incosciente delle sfumature. Bianca è la paura della responsabilità da scansare e scaricare sui genitori e i professori, rosso è il desiderio di essere visto (e amato) come Charlie Brown dalla ragazza dai capelli rossi.
Alla maniera della Beatrice dantesca, di cui porta il nome e la grazia, la protagonista muove Leo a una vita nuova. Beatrice è iter a Deum, cammino verso dio, corsa (a perdifiato) verso 'fin'. Perché dio non è morto come canta Guccini o 'corregge' il T9, software di scrittura facilitata per sms che converte dio in 'fin'. Se è a dio che si affida Beatrice attraverso un diario, è a fin che rivolge le sue preghiere Leo chiedendo più tempo per quell'amore sbocciato tra attivismo e passività, tra energia senza sosta e inerzia, tra impazienza e timore di cambiare, tra la smania di prendere in mano la propria vita e l'inquietudine di diventare più visibili e ingombranti.
Bianca come il latte, rossa come il sangue ribadisce la sensibilità di Campiotti per l'adolescenza intesa come periodo di lutto, perché include un sentimento di vivo dolore per la fine dell'infanzia e del senso d'identità riparato e narcisistico. Ma a Leo spetterà in sorte un dolore più grande di quello di vedere scomparire il bambino che era prima. La sua ribellione passerà per la morte di Beatrice e approderà a un'immagine nuova di sé, a un'identità e a un corpo altri, in un mondo finalmente policromo. Leo farà esperienza della finitudine e frequenterà il dolore trasformandolo in amore dentro un film semplice come sanno essere le storie vere, quelle che nascono dall'urgenza dell'autenticità. Adolescenza, lutto, solidarietà che muove il desiderio comune di guarigione non trovano però nella messa in scena una commisurata corrispondenza, sfumando nella convenzionalità la sensibilità e la spontaneità che annunciavano.
Bianca come il latte, rossa come il sangue finisce per arrendersi agli schematismi di una narrazione dal respiro irrimediabilmente corto e prevedibile, che 'sentenzia' attraverso le battute del professor Luca Argentero e della paziente Gaia Weiss. Su tutto e tutti i picchi emotivi governano dispotiche le note dei Modà. Ridondanti e 'in levare' suturano il film, riempiendo insostenibilmente ogni fotogramma, eccedendo il bel sorriso di Filippo Scicchitano e gravando l'irriducibile leggerezza dell'adolescenza.

Una riflessione del Card. Angelo Scola
Fare un film da un romanzo è sempre una sfida. Cinema e romanzo sono forme d’arte per certi aspetti irriducibili, se non altro perché l’uno comunica con l’immagine e l’altro con la parola.
Lo stesso autore del fortunatissimo romanzo, Alessandro D’Avenia, non ha difficoltà ad ammettere questa “infedeltà”, ma lo fa positivamente: «Con lo sceneggiatore Fabio Bonifacci abbiamo “manipolato” il testo, quasi tradendone l’essenza. Però è stato un tradimento che ha rinvigorito la storia, le ha ridato vita».
Leo, il protagonista, è un simpatico sedicenne con poca voglia di studiare e tantissima di vivere. La sua giornata si divide tra passione per il calcio, corse in bicicletta con la musica dell’ipod nelle orecchie, compiti copiati, scontri con i genitori, amicizie indissolubili, primi turbamenti amorosi. La sua vita cambia quando, dopo mille esitazioni, decide di dichiararsi a Beatrice, una ragazza più grande che frequenta il suo liceo. Leo scopre che la ragazza è ammalata di leucemia ed è destinata a morire presto. La realtà, in tutta la sua durezza e senza fare sconti, entra nell’esistenza del ragazzo. Gettato di colpo nella vita adulta, Leo barcolla in parecchi momenti, ma progressivamente accetta che crescere significhi anche passare attraverso il dolore. Aiutato dalla stessa Beatrice e dal professore, un supplente di italiano che, con l’appassionato insegnamento della sua materia, lo introduce (e accompagna) al senso della vita e di tutta la realtà, il protagonista diventa grande, recuperando e cominciando a ricondurre ad unità tutte le linee spezzate della sua esistenza.
Il film, più del libro, mette in primo piano l’adolescenza. Le figure degli adulti risultano meno decisive che nel romanzo: penso ai genitori, simpatici ma certo poco “testimoni”, o all’insegnante di religione che nel film è solo una fugace comparsa. Lo stesso professore, pure ottimamente interpretato, mi sembra avere minor peso autorevole.
Nella scelta di campo che privilegia i protagonisti adolescenti, il regista Giacomo Campiotti è decisamente credibile. Lo dice ancora D’Avenia parlando del suo «guardare il mondo dei ragazzi con tenerezza e non in modo arcigno e giudicante come spesso succede quando si guarda a questa generazione».
Insomma, quello che emerge sia dal libro che dal film è un ritratto dell’adolescenza finalmente aperto alla speranza. Ottima l’interpretazione dei tre giovani protagonisti: anzitutto Filippo Scicchitano (Leo), poi Gaia Weiss nel non facile ruolo di una moderna Beatrice dantesca ed Aurora Ruffino, la fidatissima amica Silvia che, al termine della vicenda, vedrà premiata la sua adorante fedeltà.
«La vita – disse una volta il Beato Giovanni Paolo II, parlando ai giovani – è la realizzazione del sogno della giovinezza». Bianca come il latte, rossa come il sangue, sia nel romanzo che nella sua versione cinematografica, ben esprime questo orientamento.
Angelo Card. Scola
Arcivescovo di Milano
(L'articolo è stato pubblicato sulla rivista SdC - Sale della Comunità di Luglio 2013)

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Sabato 23 Novembre

Miracolo a Le Havre

MIRACOLO A LE HAVRE di Aki Kaurismäki

Il lustrascarpe Marcel Marx vive a Le Havre tra la casa che divide con la moglie Arletty e la cagnolina Laika, il bar del quartiere e la stazione dei treni, dove esercita di preferenza il proprio lavoro. Il caso lo mette contemporaneamente di fronte a due novità di segno opposto: la scoperta che Arletty è malata gravemente e l'incontro con Idrissa, un ragazzino immigrato dall'Africa, approdato in Francia in un container e sfuggito alla polizia. Con l'aiuto dei vicini di casa - la fornaia, il fruttivendolo, la barista - e la pazienza di un detective sospettoso ma non inflessibile, Marcel si prodiga per aiutare Idrissa a passare la Manica e raggiungere la madre in Inghilterra.

Un cast di attori franco-finlandesi, con le facce e le fogge da polar melvilliano, interagiscono in quel di Le Havre in un quartiere dove ancora "buongiorno vuol davvero dire buongiorno", per usare - assolutamente non a caso - una frase di Miracolo a Milano, diDe Sica e Zavattini. Eppure, la battuta più bella ed emblematica del film è proprio: "restano i miracoli", dice il dottore, "non nel mio quartiere", chiosa Arletty. È tutto qui il miracoloso (questo sì) nodo di poesia e disincanto, ottimismo e amarezza di cui è fatto Le Havre , uno dei migliori Kaurismaki in assoluto. Il finale si preoccuperà poi di illuminare il concetto, con uno splendido e improbabile ciliegio in fiore: un altro mondo è possibile o ci vorrebbe davvero un miracolo perché una storia come quella di Idrissa accadesse nella realtà? Entrambe le cose, sembra dire il regista: il cancro che affligge il nostro modo di vivere e di agire è a un livello più che mai avanzato, ma "restano i miracoli".
D'altronde, il fondatore del Midnight Sun film festival, quando al suo meglio, non ha mai fatto altrimenti che promuovere ossimori - i Leningrad cowboys -, trovare ricchezza nella povertà, (far) reagire con straordinaria nonchalance di fronte all'incongruo (la scena dell'ananas, in questo film, è qualcosa che non si dimentica), mescolare magistralmente anacronismo e attualità. È un sognatore? Eppure il sole di mezzanotte è un fenomeno reale, astronomico, naturale.

Una riflessione del Card. Angelo Scola

Come in tutti i suoi film, il regista finlandese Aki Kaurismäki usa liberamente delle coordinate di spazio e di tempo, dilatandole fino alla dimensione simbolica. Il porto sulla Manica di Le Havre, nella sua accezione più profonda, diventa così rifugio sia per il protagonista, Michel Marx, che per Idrissa, un ragazzo del Gabon clandestino sbucato da un container e ricercato dalle autorità.
Michel, ex scrittore e noto bohémien, ha scelto di vivere lì con Arletty, la moglie-madre, una donna dolcissima e silenziosa, ma forte e determinata. È un microcosmo di diseredati e di bottegai, molto simili a quelli dei primi film del nostro neorealismo (evidenti i richiami a Miracolo a Milano), di case dimesse ma linde e dai colori vivaci, in cui tutti si conoscono e sono legati da un sentimento di affettuosa appartenenza. In questo ambiente Michel Marx esercita, con grande passione e signorilità, la professione di lustrascarpe ambulante perché - dice - «il lustrascarpe, insieme al pastore, è il mestiere più vicino al popolo e che di più rispetta i precetti del Discorso della Montagna…».
In effetti tutti i protagonisti di questa favola moderna sono dei puri di cuore. Essi mantengono intatta la dignità di uomini e donne dal cuore aperto, dalla solidarietà immediata e non esibita, dai gesti e dalle parole essenziali, rivelatori di un desiderio di Bene, che aspetta solo l’occasione per manifestarsi e operare. Idrissa è il volto che si offre loro, perché l’esigenza costitutiva del cuore di ciascuno di noi - amare ed essere amati - diventi esperienza.
In una commovente gara contro il tempo, mentre Michel è impegnato per favorire l’espatrio di Idrissa verso Londra dove lo aspetta la madre, tutto il quartiere si mobilita per raccogliere il denaro necessario e le donne si alternano al letto d’ospedale di Arletty, che combatte contro un grave cancro. La sua situazione è disperata: «Restano i miracoli» dice il medico. «Non nel mio quartiere» chiosa, amara, la donna. Invece l’amore opera davvero il miracolo. Tutti i tasselli del mosaico si compongono e ne rivelano il disegno buono: Idrissa, con la complicità di un ispettore di polizia sospettoso ma non inflessibile, riesce ad imbarcarsi per l’Inghilterra ed Arletty guarisce.
L’immagine irrevocabile che vi propongo è quella finale, che suggella il “miracolo”, appunto. Michel e la moglie sono scesi dal taxi che li ha riportati a casa. Lei ha un vestito giallo, come i fiori che lui le ha sempre portato in ospedale, dove per settimane ha combattuto contro la morte. Aperto il cancelletto di legno dell’ingresso, la cinepresa si alza sull’albero del piccolo orto e la donna esclama, incredula: «Il ciliegio è in fiore».
Angelo Card. Scola
Arcivescovo di Milano
(L'articolo è stato pubblicato sulla rivista SdC - Sale della Comunità di Ottobre 2012)

Sabato 30 Novembre

L'ultima cima

Il documentario di Juan Manuel Cotelo su Don Pablo Dominguez.

Pablo Domínguez Prieto nasce a Madrid il 3 Luglio del 1966. È stato ordinato sacerdote a 24 anni. Dottore in Filosofia e Teologia, ha pubblicato 7 libri (il più recente, Hasta la cumbre, è un successo editoriale) ha scritto decine di articoli, e tenuto più di 50 conferenze… L’ultima, avvenuta 12 giorni prima di morire, è stata il detonatore del documentario.Dicono che fosse simpatico e divertente anche nelle situazioni più difficili. Faceva fatica a dire “io”, perché era sempre proteso verso il prossimo. Era anche bello. Non aveva paura né della vita né della morte. Era innamorato di Dio e contagiava gli altri. Le sue messe erano piene di gente, perché era bello sentirlo predicare. Era sempre vicino a tutti, anche a chi lo insultava per strada, con cui poteva diventare amico. Era un bravo scalatore. Ha scalato tutte le cime spagnole di 2.000 metri, le cime delle Alpi di 4.000 metri, e vette ancora più alte in America e Asia. Quando poteva, celebrava sempre la messa sulla cima. Sacerdoti, suore e ordini monastici gli chiedevano che predicasse gli esercizi spirituali, in giro per il mondo. E non sapeva dire di no. Questo lo portò in un convento cistercense, a Tulebras (Navarra), nel febbraio 2009. Parlò della morte con allegria. Il giorno dopo salì sul Moncayo (2.300 metri), l’ultima cima spagnola che voleva conquistare. Le ultime parole che disse alla sua famiglia per telefono, alcuni minuti prima di morire, furono: ”Sono arrivato alla cima.” Il regista e attore spagnolo Juan Manuel Cotelo conosce quasi per caso Don Pablo Dominguez, sacerdote, teologo e appassionato di alpinismo. Rimane colpito dal carisma di Don Pablo, dal suo cercare una “fede ragionevole”, dalla sua umanità e generosità.Dopo 12 giorni da quell’incontro Don Pablo muore in un incidente di montagna sul Moncayo, l’ultima cima spagnola che non aveva scalato. Questa scomparsa improvvisa suscita grande commozione e curiosità nel regista che decide di raccontare la vita del sacerdote perché era “un bravo prete”, un uomo che ha saputo farsi strumento della Parola con le sue azioni semplici: insegnare, stare con la gente e andare in montagna.Don Pablo è scomparso salendo a quell’ultima cima da cui prende il titolo il film-documentario a lui dedicato, in cui le voci di chi ha lo conosciuto si intrecciano con il racconto appassionato della salita in vetta.

Il film è in lingua originale (spagnolo) con sottotitoli in italiano

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