La SFIDA
dei 500 anni

1503. Il 23 febbraio. Giorno del Signore. Un giovedì. L'alba. Comincia a tuonare e non è pioggia.

Non sono neanche i fuochi d'artificio della festa grande che non c'era. Eppure.

Booomm, l'aria rintrona e sibila e affetta il mattino incipiente.

Booomm sulle porte merlate della Città Millenaria. Booomm tra i nembi assonnati, tra i riccioli scuri dell'aurora.

Booomm nel sonno dei soldati infreddoliti che sognano un letto.

Booomm nel sogno della vergine, che oggi avrebbe conosciuto l'amore. E in quello della cortigiana, appena sfuggita al golgota notturno quotidiano.

Booomm sui progetti del capofamiglia, sulle raccomandazioni del prete, sulle leggi del podestà già fatte a pezzi dagli invasori francesi che oggi si difendono dagli invasori spagnoli.

Francia o Spagna, purché se magna. È così che si finisce digiuni. E distrutti.

Booomm sulle loro grida incomprensibili dalla cima delle torri, dai merli dei bastioni. Sul tono sempre più frenetico. Sugli ordini che man mano nessuno può più eseguire.

Booomm nella testa del comandante assediato, che pensa chi avrà tradito mentre impartisce ordini sempre più disperati.

Boom nella testa di Gonzalo, il Capitàn assediante, che vede la grossa preda indifesa sbriciolarsi e agonizzare.

"Otto mesi chiuso a Barletta. Prigioniero come un topo. Costretto a fuggire gli scontri e a morire sugli sguardi incerti dei miei stessi soldati, timorosi forse che la situazione fosse senza uscita o il loro comandante si stesse invigliacchendo. Ma si ricrederanno, madre de Dios. Ora dovranno chiamarmi Gran Capitano. Sì."

Guardò i suoi tercios allineati. Avevano marciato tutta la notte e nondimeno ora erano pronti allo scontro, schierati a battaglia. "Sono ancora da perfezionare, ma presto saranno lo strumento giusto per vincere ogni battaglia."

Dalla Murgia scendeva una brezza gelida e bagnata, il resto della notte che sopravviveva all'alba ancora qualche minuto. Gonzalo la sentì penetrare sotto l'elmo, proprio sul collo: di solito una sensazione fastidiosissima, ma quella volta non riuscì a bloccargli l'euforia.

Aveva l'impressione di diventare gigantesco, col sole che sorgeva proprio alle sue spalle, mentre la preda, di fronte a lui, con le sue mura, le sue porte, le sue torri e i difensori che si affannavano tra furore e sgomento, gli sembrava sempre più piccola. Il gatto e il topo, ma finalmente a parti rovesciate.

L'esercito nemico era incredibilmente partito e la Città-fortezza era praticamente indifesa.

Li vedeva agitarsi e gli sembrò che ogni parte di quella città che rimpiccioliva avrebbe voluto essere altrove per sottrarsi al massacro. Ogni uomo, persino ogni pietra. Una città che voleva esplodere senza poterlo fare. Le parti costrette a stare insieme dalla pressione della sua stessa minaccia.

Sorrise e si disse non senza compiacimento: "bel modo di iniziare il cinquantesimo compleanno!"

Attese il momento cruciale - quello in cui tutto fu silenzio. I tercios schierati, lancieri e archibugieri. Le artiglierie piazzate. I colpi in canna. Avrebbero aperto una breccia con i quattro falcones, i cannoni pesanti. Intanto i sette falconetti, i cannoncini leggeri, avrebbero spazzolato gli spalti e seminato terrore oltre le mura.

Poi, a breccia aperta, le falangi dei tercios avrebbero dilagato all'interno travolgendo ogni resistenza.

"Un piano banale", si disse con quello che restava del suo spirito critico mentre osservava i contorcimenti della preda e assaporava i trionfo. E si concesse che dopo tanto digiuno, era un pasto davvero succulento.

Girò lentamente la testa verso il comandante dell'artiglieria che non aspettava altro, fece platealmente l'atto di toccarsi la visiera e la calò giù.

Il comandante artigliere esplose letteralmente in un unico ordine. Tutti i serventi ai pezzi sapevano cosa fare.

"Fuego!"

Gonzalo osserva impassibile. Sui suoi occhi che lampeggiano ad ogni colpo sotto la visiera, la cupa soddisfazione della vendetta; il suo petto si gonfia ad ogni tegola che cade, ad ogni francese che vola dagli spalti, di tutto l'orgoglio di chi ha dovuto subire otto mesi di umiliazioni, e ora finalmente può uscire, sfogarsi sui nemici e su tutto ciò che trova.

Sulla gente inerme, incolpevole e vittima per l'unica colpa di essere stata incolpevole e vittima ancora, di essere stata oltraggiata ieri dagli occupanti di oggi - vessata da anni di guerra, da millenni di invasioni e dalla condanna di essere nata in un nodo strategico, sempre al centro dei piani dei duellanti.

"Fuego!"

Booomm sulle case palaziate dei nobili e dei ricchi, inutilmente poste a sfilare su una Via Maggiore controllata solo da nemici.

Booomm sui prudenti e sui temerari, su quelli che avevano trovato un modo coi francesi e quelli che speravano di trovarlo con gli spagnoli. Sui loro piccoli e grandi maneggi. Sui loro titoli inutili, sui marchesi e sui don, sui monsignore e sui magnifici - povere vuote etichette inutilmente mandate a combattere i fiumi roventi della Storia.

Booomm sull'ignoranza, sul pensa per te, sull'ostinata miopia che impedisce ai singoli di vedere il bene comune, condannandoli così insieme alla Città che non hanno saputo vedere.

Booomm sulle geometriche conseguenze di quell'ignoranza, sulla distruzione di sé e del proprio mondo, scambiate per Destino, o volere di Dio.

Booomm nella notte agitata della mamma che senza pensarci raccoglie figli e li mette al riparo, crede, ancor prima di rendersi conto. L'antica consuetudine col dolore, con l'irrazionalità del fato, con la bestialità degli uomini, hanno deciso per lei. Una specie di Dna del cuore.

Booomm negli occhi pieni di terrore che si incrociano per strada prima di capire, che hanno visto barcollare i muri e speravano un semplice terremoto ma dovranno affrontare. La furia di vincitori bestiali che sfogheranno sugli inermi per aver dovuto combattere contro i vincitori di ieri.

Booomm sulla povera Città dimentica di sé stessa, espugnata da barbari che cacciano altri barbari che l'avevano già espugnata.

E quel bambino che piange tutte le notti e che stavolta invece si è stranamente alzato col sorriso, come se avesse capito che tutto il mondo lo aspetta.

Booomm.

Sulle case che si accartocciano, sulle chiese che si piegano, su chi scappa e si ritrova senza gambe, su chi perde la vita dando coraggio, su chi ansima in uno iuso e prega un Dio evidentemente ancora assonnato.

Dopo sette ore di fuochi d'artificio il sole riesce a farsi largo tra la fitta coltre di nubi e polvere e fumo. E scopre l'orrore. E si ritira. Di nuovo. Al riparo delle nuvole.

Quaggiù, all'inferno, i soldati del re cattolicissimo hanno sconfitto quelli del re cristianissimo - recitando il rosario prima dell'attacco. E in questo tripudio di fede religiosa, al popolo di Dio tocca come sempre la parte dell'agnello sacrificale.

La Città è espugnata. La fiesta preannunciata dai fuochi di artificio può iniziare.

Fine prima parte.

Leggi il seguito.

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