La Bottega Di Squarcione

Andrea Mantegna, Carlo Crivelli e Cosme' Tura

Francesco Squarcione (Padova, 1397 – 1468)  fu un influente un pittore e collezionista d'arte. André Chastel descrisse come elementi principali del suo stile la «volontà di incorniciare le figure entro nicchie, archi, edicole pesanti, abbondantemente sagomate e intagliate a festoni di frutta e a fiori vistosi; [la...] preferenza incessante per le forme taglienti e spezzate, per le pietre, per i coralli, per i metalli ritagliati [e da] una certa propensione al patetico, ai volti dolorosi e ai gesti violenti» definito come un «espressionismo nutrito di archeologia». Tuttavia oggi la critica è pressoché unanime nel considerarlo come un personaggio minora dal punto di vista della produzione artistica del primo Rinascimento. La vera importanza di quest' autore risiede infatti nella sua bottega. Centotrentasette pittori, è stato scritto, si formarono sotto la sua ala, rimanendo irrimediabilmente inflenzati dal suo stile. Fra loro i più importanti furono personaggi del calibro di Andrea Mantegna, Carlo Crivelli e Cosme' Tura

Andrea Mantegna

"Scolpì in pittura"
(Ulisse degli Aleotti)

Andrea Mantegna nacque nel 1431 a Isola di Carturo, un borgo nei pressi di Padova, ma che all'epoca era sotto il contado di Vicenza, da un umilissima famiglia. Da giovanissimo si sa che Andrea fece il guardiano di bestiame nella campagna attorno al suo paese. Ebbe la sua prima formazione nella bottega del pittore Francesco Squarcione, un singolare personaggio appassionato di archeologia classica. Nella sua bottega il Mantegna ebbe modo sicuramente di maturare una conoscenza dell’arte antica indispensabile alla sua formazione di artista rinascimentale.

Le più antiche opere conosciute dell'artista sono: un dipinto, San Marco, tempera su tela di lino (82x63,5 cm), conservata nello Städelsches Kunstinstitut di Francoforte sul Meno, databile nel 1448, anno in cui il diciassettenne Mantegna riacquistò l'indipendenza dopo sei anni passati nella bottega di Francesco Squarcione e un dipinto San Girolamo penitente, tempera su tavola (48x36 cm), conservato nel Museu de Arte di San Paolo del Brasile.

A Padova Andrea Mantegna realizzò nei suoi anni giovanili un fondamentale ciclo di affreschi per la cappella Ovetari nella chiesa degli Eremitani, affreschi in gran parte distrutti durante la seconda guerra mondiale nel 1944.

Già in questi affreschi si ritrovavano alcune delle indicazioni principali della sua ricerca artistica: usare la prospettiva, non per dare semplicemente la misura esatta dello spazio rappresentato, ma per creare uno spazio illusionistico di rappresentazione. Mantegna è stato, in effetti, uno dei primi ad intuire che con la prospettiva si può dilatare lo spazio visivo di uno spazio architettonico, creando quell’effetto illusionistico chiamato in genere «trompe l’oeil» (termine che in arte definisce una tecnica pittorica consistente nel rappresentare sfondi apparentemente reali su pareti). Egli però volle usare la prospettiva non per dare semplicemente la misura esatta dello spazio rappresentato, ma per creare uno spazio illusionistico di rappresentazione nel quale condurre lo spettatore. Nelle opere di Mantegna la creazione dello spazio illusionistico si avvale soprattutto di una tecnica particolare: lo scorcio dal basso. Conducendo una serie di esperimenti e ricerche, egli fece divenire questa tecnica la grande novità della sua pittura e il maggior insegnamento che egli trasmise ai pittori delle generazioni successive.

La sua attività si è svolta a Padova fino al 1460. In questo periodo realizzò il «Polittico di San Luca», (tempera su tavola, dimensioni 177x230 cm), conservato nella Pinacoteca di Brera a Milano, il «San Sebastiano» (tempera su tela, dimensioni 68 cm × 30 cm) conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna, e l’«Orazione nell’orto» (tempera su tela, dimensioni 63 cm × 80 cm) della National Gallery di Londra.

Nel 1457 riceve la commissione per il Polittico di San Zeno, un dipinto tempera su tavola, per l'altare maggiore della basilica di San Zeno a Verona, che è considerato uno dei suoi massimi capolavori. La scena principale, rappresentante la sacra conversazione, è rappresentata all'interno di un quadriportico classico; mentre nella predella sono dipinte Scene della Passione oggi conservate al Louvre e al museo di Tours, tra le quali la Crocifissione.

Nel 1460 si trasferì a Mantova chiamato alla corte dei Gonzaga a sostituire Pisanello, morto qualche anno prima. In questo periodo egli intensificò i suoi contatti con l’ambiente veneziano anche perché, qualche anno prima, aveva sposato la sorella del pittore Giovanni Bellini. Il contatto tra i due artisti fu sicuramente di reciproca influenza: Mantegna da Bellini prese l’intensità cromatica, mentre il veneziano, grazie al Mantegna, entrò in contatto con il Rinascimento fiorentino importando questa nuova visione stilistica a Venezia, città che fino al Quattrocento inoltrato era rimasta ancora legata allo stile bizantino. A Mantova realizzò una notevole serie di capolavori, a cominciare dalla Morte della Vergine, (tempera e oro su tavola dimensioni 54 cm × 42 cm), oggi al Prado di Madrid, il San Giorgio, (tempera su tela, dimensioni 66 cm × 32 cm) conservato all’Accademia di Venezia, gli affreschi per la Camera degli Sposi realizzati nel Palazzo Ducale di Mantova tra il 1472 e il 1474.  Agli ultimi anni della sua attività appartengono nove tele con i «Trionfi di Cesare», (tempere a colla, dimensioni 268 x 278 cm ciascuna) oggi ad Hampton Court, il «Cristo sul sarcofago» di Copenaghen, (tempera a tavola, dimensioni 78 cm × 48 cm), il «San Sebastiano» del Louvre di Parigi, (tempera a colla su tela, dimensioni 257 cm × 142 cm) e soprattutto il «Compianto sul Cristo morto» (tempera su tela, dimensioni 68 cm × 81 cm) conservato nella Pinacoteca di Brera a Milano, celeberrima tela dove, grazie alla sua padronanza dello scorcio dal basso, creò una inedita ed originalissima rappresentazione della scena.

Il 13 settembre 1506 Andrea Mantegna moriva a 75 anni. L'ultimo periodo della sua vita fu funestato da difficoltà economiche pressanti e da una visione sempre più malinconica del suo ruolo di artista, ormai scalzato dalle nuove generazioni che proponevano un classicismo più morbido ed accattivante.


Carlo Crivelli

Crivelli, figlio di Jacopo, nacque a Venezia tra il 1430 e il 1435. Non conosciamo con sicurezza la sua data di nascita che comunemente viene dedotta da una sentenza, che si legge nell'Archivio di Stato di Venezia, in cui il pittore, in data 7 marzo 1457, è condannato per aver rapito la moglie del marinaio Francesco Cortese ed averla tenuta nascosta per molti mesi ( « occultam tenuitper menses multos » si legge nella sentenza). Nell'atto giudiziario Crivelli è chiamato « pittore», deve scontare sei mesi di prigione e pagare duecento lire di multa. Si suppone che l'artista dovesse avere circa venticinque anni. Il pittore frequentò nell'epoca di Mantegna la scuola dello Squarciane a Padova, che, verso la meta del Quattrocento, ma è probabile che dopo la condanna, si recò subito a Zara, dove appare documentato nel 1465, come si rileva da un atto notarile nel quale figura come teste ad un matrimonio. Nell'atto è chiamato «cittadino» per cui si suppone che dovesse risiedere a Zara da qualche tempo. Poco dopo l'artista si trasferì nelle Marche dove è documentato durante tutta la vita a partire dal Polittico di Massa Fermana che è del 1468. Può darsi che il Crivelli (che si firma "venetus" in molte opere) non volesse più ritornare a Venezia a seguito della condanna avuta; ma può darsi ch'egli nelle Marche abbia trovato l'ambiente congeniale alla sua pittura come risulta anche dalle numerose commissioni per varie chiese della regione. Le Marche erano profondamente legate all'ambiente artistico veneziano con scambi tra le due regioni: importanti opere di Jacobello del Fiore e dei Vivarini, ad esempio, si trovano nella zona, mentre Gentile da Fabriano, il più noto pittore marchigiano del primo Quattrocento, era stato chiamata a dipingere per la Sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale a Venezia. La singolarità dell'opera di Carlo Crivelli si spiega nel particolare ambiente marchigiano dell'epoca, che coltivava una aristocrazia provinciale di raffinata eleganza tra il mondo gotico e quello rinascimentale. Nel Palazzo Ducale di Urbino, ove ebbe sede la Signoria dei Montefeltro, avvenne l'incontro dell'arte di Piero della Francesca con quella dell'alta Italia, mentre il veneto Crivelli operava nella zona meridionale delle Marche. Una delle opere fondamentali della giovinezza, il Polittico di Ascoli Piceno, è firmato nel 1473. L'artista è documentato parecchie volte nella città, dove nel1478 acquista una casa e nel 1490 viene nominato «cavaliere» dal principe Ferdinando di Capua, in segno di riconoscimento ad Ascoli, che allora dipendeva dal reame di Napoli. In quest'epoca abbiamo numerose datazioni delle sue opere, fino al 1494. Probabilmente Crivelli morì negli ultimi anni del Quattrocento perché in un documento del 1500 l'artista risulta già morto e la moglie è citata come vedova. Carlo Crivelli ebbe pure un fratello pittore più giovane di una decina d’anni, Vittore, che fu suo allievo, ma soltanto nel Polittico di Monte San Martino i due fratelli hanno sicuramente operato insieme. Le qualità artistiche di Vittore, rimasto più strettamente legato alle forme gotiche, sono palesemente inferiori a quelle del fratello Carlo, come pure quelle degli altri seguaci che continueranno la sua opera nelle Marche.

Cosme' Tura

Cosmè Tura o Cosimo di Domenico di Bonaventura, nasce a Ferrara probabilmente nel 1433 e fu il fondatore della scuola ferrarese della quale fu uno dei rappresentanti di spicco.
Figlio di un calzolaio, non si hanno notizie sul suo apprendistato, ma quasi sicuramente all’artista Galasso Ferrarese, legato da amicizia a Piero della Francesca. Le notizie della vita di Cosme Tura sono poche e con ampi vuoti, ma sembra che già nel 1451-52 decorasse oggetti di uso quotidiano per la corte, disegnasse stemmi sulle bandiere e ornasse le armi da parata, attività proprie delle botteghe artistiche locali. Nel 1456 Cosmè torna a Ferrara, dopo essere stato a Padova a perfezionare le sue capacità artistiche nella bottega dello Francesco Squarcione. Tra le prime opere è documentata una perduta lunetta per la porta del Duomo. A questo periodo sono attribuite di solito opere come la Madonna col Bambino e santi del Museo Fesch di Ajaccio e la Madonna col Bambino della National Gallery di Washington. Nel 1458, Borso degli Estensi lo incarica di sostituire il pittore di corte, Angelo Maccagnino, morto nell'agosto di quell'anno, e Cosmè realizza affreschi per lo studiolo di Belfiore, scenografie per gli spettacoli di corte, cartoni degli arazzi per le camere pubbliche e private del principe, disegni per medaglie, coperte e barde da cavallo, codici miniati, decorazioni monumentali di Chiese, polittici e dipinti per la devozione privata (Tersicore del Museo Poldi Pezzoli di Milano e Calliope della National Gallery di Londra).
Le sue opere rivelano l'incontro e lo studio dei Pittori Rinascimentali sottolineando il senso per la costruzione spaziale geometrica, lo spirito monumentale e l'uso di una luce tersa e nitida, che usò soprattutto negli sfondi, mutuata da Piero della Francesca. Da Donatello Cosme apprese l'uso della prospettiva lineare, nelle linee forti e nella capacità di dare umana espressività alle figure. Nell'uso del colore il pittore si ispirò alla Pittura Fiamminga, visibile a Ferrara nelle collezioni, dalla quali imparò il gusto per il rispetto dei dettagli e per la resa dei diversi materiali, dal luccichio delle gemme ai riflessi morbidi dei velluti, tramite l'uso della tecnica ad olio.Dotato di grande personalità e di multiformi capacità fu presente in tutte le manifestazioni artistiche della corte estense e i vari duchi che si succedettero, nei cinquant'anni della sua vita artistica, lo utilizzarono nei più disparati lavori, come consono agli artisti di corte dell'epoca, che non conoscevano una rigida specializzazione. Dopo la morte di Borso, Cosme Tura continua la carriera con Ercole I che lo nomina ritrattista di corte, incarico che coprirà fino al 1486 quando verrà sostituito dal più giovane Ercole dè Roberti (1455/1456-1496). Il Polittico Roverella, del 1470-1474, è oggi smembrato tra più musei. Dipinto per commemorare il vescovo di Ferrara Lorenzo Roverella, ha la parte centrale è alla National Gallery di Londra con la Madonna con il Bambino, seduta su un elaborato trono e attorniata da angeli musicanti.
Nonostante la fedeltà agli Estensi, ai quali ha dato il lavoro di tutta la sua vita e l'essere stato il caposcuola di una schiera di artisti emiliani, Cosmè Tura morì stanco e povero, come è attestato da una sua lettera del 1490 al duca Ercole, al quale sollecitò il pagamento di una sua opera, forse il meraviglioso Sant'Antonio da Padova, attualmente alla Galleria Estense di Modena. Il pittore muore a Ferrara nel 1495, lasciando moltissimi opere oltre le moltissime andate perdute.