El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancia

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Il barocco e la sperimentazione

Come sappiamo, il Barocco fu un'epoca di sperimentazione artistica. Fu proprio in questo periodo che si svilupparono nuove variazioni su generi già esistenti.

In Italia, ad esempio, è emblematico il caso de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, scritto in dialetto napoletano. L'opera, che riprende il genere fiabesco, sentito come appropriato per suscitare meraviglia e stupore, è una raccolta di 50 fiabe (da cui il titolo originale Pentamerone).

La struttura si rifà a quella del Decameron di Boccaccio: 10 novellatrici raccontano per 5 giornate. Il testo, pubblicato a Napoli fra il 1634 e 1636, è stato tradotto in italiano dal filosofo Benedetto Croce, che lo ha definito "il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari...". Le favole della raccolta riprendono le caratteristiche della novella medievale, che  tuttavia viene modificata orientandosi verso toni fiabeschi e popolari.

Fra tutti testi spicca La gatta Cenerentola (nell'originale napoletano La gatta cennerentola), che fu certamente una delle fonti, o la fonte principale, a cui si ispirò Charles Perrault per la composizione della fiaba di Cenerentola. L'originale differisce in diversi punti dall'opera che conosciamo; in particolare, l'eroina (di nome Zezolla) si macchia addirittura dell'omicidio della sua matrigna (che viene però poi sostituita da una nuova matrigna anche peggiore).

Don Chisciotte della Mancha

Gli antecedenti: il romanzo picaresco

Abbiamo già ricordato che il Barocco fu un periodo di sperimentazione artistica, che vide la nascita di generi letterari nuovi o la trasformazione di quelli preesistenti.

Se guardiamo agli elementi di novità, dobbiamo innanzitutto ricordare che, a partire dalla metà del Cinquecento, l'uso della prosa, di norma riservato alla novella, comincia essere utilizzato nello sviluppo di nuove forme narrative, fra le quali spicca il romanzo.

Il genere romanzesco aveva già preso vita nell'antichità greco-latina (Apuleio e Petronio , ad esempio, scrissero opere in prosa che normalmente vengono designate con il termine "romanzo"); tuttavia quando pensiamo al romanzo ci riferiamo ad un insieme di opere accomunate da alcuni caratteri specifici che si definiscono a partire dalla fine del Cinquecento (fase del proto-romanzo) e che trovano la loro piena manifestazione a partire dal XVIII secolo in Inghilterra (romanzo borghese moderno).

"Proto-romanzo"

Il romanzo è un genere letterario che si è sempre caratterizzato per la sua ambivalenza: da una parte tende al piacere dell'evasione immaginaria, cioè rappresenta mondi inventati nei quali il lettore può immergersi per allontanarsi dalla realtà (ed esempio nelle narrazioni sentimentali e d'avventura), dall'altra vuole rappresentare la realtà, soprattutto nei suoi tratti comico-realistici e satirici. In ogni caso, lo scopo della narrazione romanzesca è il divertimento.

La vena realistica comincia a svilupparsi  in Spagna con il cosiddetto romanzo picaresco; il primo esempio è il Lazarillo de Tormes , pubblicato anonimamente nel 1554. Il nome deriva dal termine spagnolo picaro (= "furfante").

I picari sono solitamente fanciulli che diventano protagonisti di situazioni sfortunate e che vengono coinvolti in vicende comiche come truffe, inganni, avventure. La narrazione è svolta in prima persona, assumendo così il punto di vista "basso" del "furfantello"-protagonista che, dopo una lunga serie di peripezie, riesce ad ottenere un posto "rispettabile" nella società. Il lieto-fine presuppone l'accettazione delle regole di comportamento sociali che, nella prima parte del romanzo, avevano sopraffatto e frodato il giovane picaro.

Dobbiamo chiederci come mai questo tipo di rappresentazione della realtà si sviluppi proprio in questi anni e proprio nel regno di Carlo V e Filippo II: fra Cinque e Seicento la Spagna è una delle potenze più rappresentative, a livello europeo, di una preoccupante situazione sociale: da una parte una corte ricchissima, dall'altra un numero sterminato di emarginati. Questo nuovo genere diviene un veicolo preferenziale per rappresentare criticamente le ipocrisie e le miserie tipiche di un sistema di privilegi e sopraffazioni, ma anche di ipocrisia religiosa e di sfarzo insostenibile. In questo filone, dunque, trovano spazio rappresentazioni sociali non stereotipate anche se ancora contenute dentro alcuni limiti formali che gli autori si auto-impongono. Tuttavia , una nuova strada narrativa è stata aperta.

Aggiungiamo che il Lazarillo fu immediatamente inserito nell'Indice del libri proibiti e venne minacciata la pena di morte anche solo per il possesso di una copia. Questo non impedì la nascita di una serie di romanzi "cugini", che andranno a costituire un importante filone della narrativa europea, fra cui merita di essere citato El Buscón (= il briccone o il pitocco) di  Francisco de Quevedo (1626). La rappresentazione degli strati sociali più umili trova un corrispettivo pittorico nelle "scene di genere", i cui protagonisti saranno poveri popolani e pitocchi [vedi immagini più sotto].

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Immagini di picari, pitocchi e mendicanti

El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha

Mentre Dio andava lentamente abbandonando il posto da cui aveva diretto l'universo e il suo ordine di valori, separato il bene dal male e dato un senso ad ogni cosa, don Chisciotte uscì di casa non fu più in grado di riconoscere il mondo. Questo, in assenza del Giudice supremo, apparve all'improvviso di una terribile ambiguità; l'unica Verità divina si scompose in centinaia di verità relative, che gli uomini si spartirono tra loro. Nacque così il mondo dei tempi moderni, e con esso il romanzo, sua immagine e modello.
(Milan Kundera)

Secondo Milan Kundera, alla base della modernità troviamo il razionalismo cartesiano e la rivoluzione scientifica, presupposti filosofici della nuova epoca, e la nascita del romanzo. Se Cartesio, Galileo e Newton hanno smantellato le certezze medievali rappresentate dall'idea ordinatrice del «Giudice supremo», il romanzo diventa l'unica forma possibile in grado di rappresentare tale cambiamento. Secondo lo scrittore, infatti, questo genere letterario è il luogo in cui non è possibile dire una parola definitiva né sul mondo né sull'uomo: «lo spirito della romanzo è lo spirito della complessità. Ogni romanzo dice al lettore: "le cose sono più complicate di quanto tu le pensi". E questa è l'eterna verità del romanzo».

Miguel de Cervantes - biografia

Copertina della I edizione (1605)

Aspetti generali

Il Don Chisciotte si compone di due volumi, pubblicati a 10 anni di distanza (1605 e 1615). Si tratta di due opere distinte ma unitarie tanto che furono considerate fin da subito come un'unica opera.

La trama di base è costituita dal racconto dei tre viaggi compiuti dal protagonista e dal suo fedele scudiero Sancho Panza (nella Mancha, in Aragona e in Catalogna), su cui si innestano i singoli episodi, fra loro indipendenti e  semplicemente giustapposti. Questa tecnica è detta "a schiodinata" (da schidione, "spiedo").

La vicenda è presentata come autentica, e l'autore afferma di averla ricavata da differenti  fonti in particolare dalla versione araba di Cide Hamete Benengeli (lett. "il signor Hamid Melanzana").

Pablo Picasso, don Chisciotte

Antonio Tabucchi: la trama del Don Chisciotte

Antonio Tabucchi: la follia di don Chisciotte

I personaggi

Don Chisciotte

"In un borgo della Mancia, che non voglio ricordarmi come si chiama, viveva non è gran tempo un nobiluomo di quelli che hanno e lancia nella rastrelliera e un vecchio scudo, un magro ronzino e un levriere da caccia. Un piatto di qualcosa, più vacca che castrato, brincelli di carne in insalata, il più delle sere, frittata in zoccoli e zampetti il sabato, lenticchie il venerdì, un po’ di piccioncino per soprappiù la domenica, esaurivano i tre quarti dei suoi averi [...]. Importa bensì di sapere che negli intervalli di tempo nei quali era ozioso (ch’erano il più dell’anno), applicavasi alla lettura dei libri di cavalleria con predilezione  [...]  la curiosità sua, giunta alla manìa d’erudirsi compiutamente in tale istituzione, lo indusse a spropriarsi di non pochi dei suoi poderi a fine di comperare e di leggere libri di cavalleria. Di questa maniera ne recò egli a casa sua quanti gli vennero alle mani [...]. Con questi e somiglianti ragionamenti il povero cavaliere usciva del senno"

Don Chisciotte in un'illustrazione di Gustave Doré. Fonte: wikipedia.

Il personaggio di Don Chisciotte è ormai un simbolo: emblema di tutti i sognatori, egli si muove fra le lande della Mancha alla ricerca di un mondo che esiste solo nella sua fantasia. E lo trova.

Il vecchio hidalgo, accanito lettore di romanzi cavallereschi, come molti dei suoi contemporanei reali, si è calato così tanto nelle atmosfere dei suoi romance, da non saperne più uscire. Questa identificazione non è una semplice invenzione letteraria, ma, al contrario, diverse fonti testimoniano l'esistenza di alcune persone, normalmente appartenenti ai ceti più agiati, che  vivevano in uno stato di confusione, incapaci di distinguere realtà e fantasia. La stessa Chiesa, già a partire dal XVI secolo, si era scagliata contro le narrazioni romanzesche, accusate di distogliere gli uomini dalla vita attiva, di condurre sulla strada del vizio, di proporre modelli di comportamento negativi. Si arrivò anche a forme di censura, tanto che fu vietata l'esportazione dei libri di cavalleria in America, nel timore che potessero traviare le "ingenue" menti dei nativi.

La figura di don Chisciotte rappresenta sicuramente il motore dell'azione. La sua incapacità di vedere il mondo reale fa sì che il viaggio si sviluppi in un mondo letterario: ogni avvenimento è riletto dal protagonista sulla base di ciò che romanzi cavallereschi gli hanno insegnato e il suo comportamento  si modula in conseguenza. Lo scontro con la realtà si verifica in ogni istante del racconto, e per don Chisciotte è sempre una disfatta. Tuttavia egli è sempre in grado rialzarsi e di ricominciare, senza mai dubitare delle proprie percezioni, tanto da attribuire ad un mago a lui nemico, o alla sorte, sue disavventure.

Don Chisciotte non è un eroe: a volte le sue azioni sono addirittura dannose, tuttavia suscita le simpatie del lettore. Se dovessimo trovare un termine per definirlo, useremmo tragicomico: egli non è mai volgare o meritevole di disprezzo, come sarebbe un eroe comico, tuttavia non è mai nemmeno tragico, non cade mai nella disperazione perché riesce sempre a trovare una giustificazione, estranea alla realtà, per le sue sventure.

La sua follia non è totale, ma selettiva: se non si tratta di cavalleria, infatti, dal Chisciotte in grado di mostrarsi saggio, colto, capace di buon senso. Quando invece si identifica nessun mondo di fantasia, non c'è razionalità che tenga.

Sancho Panza

"Non c'è cosa più piacevole al mondo che essere un onorato scudiero di un cavaliere errante in cerca di avventure. È ben vero che la maggior parte di quelle che si incontrano non riescono così bene come uno vorrebbe, perché di cento che se ne trovano, novantanove sogliono riuscire storte e al rovescio. Lo so io per esperienza, perché da qualcuna sono uscito sballottato in una coperta e da altre bastonato; ma, ciononostante, è una bella cosa aspettare gli eventi valicando monti, perlustrando boschi, calcando rocce, visitando castelli, alloggiando in osterie come quanto si vuole, senza pagare nemmeno un soldo che il diavolo se lo porti.

(Miguel de Cervantes)

Monumento a Cervantes, Madrid. Particolare, Sancho Panza. Fonte: Wikipedia.

Anche Sancho è un personaggio complesso anche se in maniera diversa rispetto al suo signore. I due, innanzitutto, differiscono dal punto di vista sociale, dal momento con povero contadino guardiano di porci, culturale, poiché analfabeta, familiare ed esperienziale. Il suo orizzonte è infatti molto limitato ed egli teme ciò che non conosce. Per quanto ingenuo, la principale differenza rispetto Don Chisciotte è rappresentata dal buon senso, estremamente materialista e terreno. Questa sua caratteristica lo rende la "spalla" perfetta del protagonista; riesce infatti riesci a contrapporsi ogni volta alle fantasie letterarie del cavaliere dalla trista figura, preoccupandosi di problemi concreti come quello di procurarsi il cibo. Tenta anche di evitare in tutti modi che il suo padrone confonda realtà e fantasia. Anche nei dialoghi fra i due, Sancho si concentra soprattutto sul lato concreto delle cose, calcolando vantaggi e svantaggi sia per sé che per don Chisciotte.

Nonostante queste profonde differenze, i due co-protagonisti non possono definirsi contrapposte ma complementari: per certi versi, infatti, i due infatti sono molto simili. Innanzitutto,  come viene fatto notare ad un certo punto, se «don Chisciotte della Mancha è pazzo, sciocco e mentecatto», Sancho, che ne è consapevole «lo serve e lo segue, ed è attaccato alle sue vane promesse», quindi, «egli deve essere più pazzo e più stolto del suo padrone». Sancho nega che sia la verità: «Se io fossi saggio, da tempo avrei dovuto lasciare il mio padrone. Ma questa è stata la mia sorte e la mia mala ventura; non posso farne a meno; devo seguirlo: siamo dello stesso paese; ho mangiato il suo pane; gli voglio bene; sono riconoscente [...] E, soprattutto, io sono fedele».

Lo scudiero evidentemente prova un sincero affetto nei confronti del suo cavaliere: pur conoscendo la sua follia gli ha giurato fedeltà, quasi a seguire egli stesso i dettami della cavalleria. Infine, per stessa ammissione, è bello essere lo scudiero di un cavaliere errante.

Inoltre tra la prima e la seconda parte dell'opera, Sancho risulta profondamente cambiato: ha maggiori proprietà di linguaggio, di inventiva, e ha fiducia in se stesso. Da molti punti di vista egli si è chisciottizzato, imparando dal suo padrone a relazionarsi col mondo ma anche a perfezionare le sue capacità narrative tanto che riesce ad ingannare don Chisciotte questo interpreta correttamente la realtà. Si tratta quindi di un personaggio dinamico, disponibile al cambiamento, che affronta un vero e proprio percorso di formazione all'interno del romanzo, al contrario del suo padrone che è un personaggio statico.

Realtà e fantasia: i piani narrativi

Il romanzo si struttura su molteplici livelli. Innanzitutto, l'autore finge di aver tradotto un manoscritto di origine araba, tradotto in spagnolo da un moro ispanizzato e, infine, rimaneggiato. Grazie quest'espediente può, quindi, prendere in giro i romanzi di cavalleria che, secondo uno schema tradizionale, presente anche nell'Orlando furioso, affermavano di rifarsi antiche cronache medievali; inoltre, egli può dissociarsi dalle parti di sconvenienti dell'opera, che risulterebbero frutto nella fantasia un infedele. Più di ogni altra cosa, infine, la moltiplicazione delle fonti (tre autori che rielaborano la vicenda narrata dallo stesso Chisciotte),  permette la frantumazione dei punti di vista: non un'unica verità, ma tre diverse versioni di essa, su cui, oltretutto, possono innestarsi commenti, giudizi, valutazioni ironiche.

Nella seconda parte, lo stesso Don Chisciotte parla di se stesso anche come personaggio del libro pubblicato 10 anni prima. Questa prospettiva è, in assoluto, l'elemento più innovativo rispetto a tutta la narrativa precedente.

Nella Prefazione, aggiungiamo, l'opera viene presentata programmaticamente contraria ai romanzi cavallereschi. In questo modo, Cervantes riuscì ad eludere la censura: gli addetti al controllo, infatti, stabilirono che il testo poteva essere pubblicato, dal momento che, nella sua mescolanza di verità e menzogna, «dissimulando  con l'esca della leggiadria l'amo della repressione», avrebbe favorito la condanna del genere cavalleresco. Chiaramente l'atteggiamento dissimulatorio, che molte volte abbiamo incontrato nello studio del Barocco, è anzitutto quello adottato da Cervantes.

Galleria di immagini

Gustave Doré, Don Chisciotte e Sancho Panza. Fonte: wikipedia.
Gustave Doré, Don Chisciotte e Sancho Panza dopo la rovinosa caduta. Fonte: wikipedia

Francesco Guccini, Don Chisciotte

Video con immagini film

Video con testo della canzone

Altri materiali

Bibliografia

Anselmi G., Varotti C., Il Don Chisciotte di Cervantes, in Tempi e immagini della letteratura. Vol. 3a, Il Barocco,pp. 128-132, Milano, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, 2006.

Azzoni Laura, Nanni Benedetta(a cura di), Autori latini. L'avventura della realtà. Petronio-Apuleio, Firenze-Milano, Le Monnier Scuola, 2008.

Cervantes M. de, Don Chisciotte della Mancia, Torino, Einaudi, 2005.

Kundera M., L'arte del romanzo, Milano, Adelphi, 1988.

Polacco Marina, Eramo P.P., De Rosa F., Don Chisciotte della Mancha, in Letteratura terzo millennio. Temi generi e opere della civiltà italiana ed europea. Vol. 1, Dalle origini al Cinquecento,  pp. 972-977 e 1008-1013, Torino, Loescher, 2012.