Tolkien e la Fan Fiction

Esperimento di DST sul materiale tolkeniano

Per Fan Fiction si intende una storia scritta e prodotta dai fan di un autore, sulla base di un mondo rappresentato da libri o film. Un caso molto noto è la fan fiction sul mondo di Tolkien

Cosa è la Fan Fiction

Il fenomeno della fan fiction, la produzione diffusa di testi narrativi derivata da opere letterarie, serie televisive, saghe cinematografiche o fumetti di successo, rappresenta una tra le manifestazioni più interessanti nel mondo delle culture digitali. In realtà, la fan fiction precede la cultura digitale. Ma l’incontro tra le comunità di cultori e fan (fandom), con le loro pratiche di scrittura, e internet ha innescato una sinergia virtuosa. In virtù delle sue caratteristiche, internet esalta il principio d’espansione alla base della fan fiction e si propone come luogo di sperimentazione di tecniche narrative fondate sull’idea di una testualità fluida e aperta. In realtà, molte tradizioni letterarie nelle loro fasi iniziali mostrano i caratteri tipici di questo genere di «letterature amatoriali». Si pensi alle modalità con cui nacquero e si svilupparono i corpus di opere della materia epico-cavalleresca o amorosa, tra oralità e scrittura, dalle quali scaturirono le letteratura nazionali europee: riferimento a un orizzonte di eventi e di caratteri prefissati, natura popolare e funzione d’intrattenimento, mancanza di un autore definito, legame con le aspettative e i gusti dei suoi fruitori. Ma caratteri simili hanno anche le rappresentazioni sacre di epoca tardo-medievale e poi la commedia dell’arte; o la nascita e diffusione del romanzo di genere nel corso del XVII secolo, che vide in tutta Europa una vera e propria esplosione di produzione e di pubblicazioni; e ancora, con caratteri ormai moderni, il fenomeno del romanzo d’appendice ottocentesco. Si può dunque dire che il fenomeno post-moderno della letteratura dei fan mostra alcuni dei processi di formazione tipici del discorso letterario in generale.

Un genere bistrattato

L’Enciclopedia Britannica alla voce fan fiction riporta l’origine di questa produzione alla partecipazione degli spettatori alle produzioni televisive e cinematografiche, basate sul gioco del «What if»: che cosa sarebbe successo se in Star Trek il capitano Kirk non avesse mai incontrato Spock? Alcuni attribuiscono la nascita della prima fan fiction a un periodo precedente, con le opere ispirate a Jane Austen, identificando gran parte dei sequel novecenteschi di Pride and Prejudice, altri addirittura all’epoca medievale, con una storia ispirata a The Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer. All’inizio del Novecento si sono diffusi numerosi «racconti apocrifi» su Sherlock Holmes scritti da ammiratori del personaggio, tendenza che è aumentata notevolmente dalla fine del 2000 quando i diritti d’autore sono scaduti. Il fenomeno le fan fiction si è, però, diffuso enormemente in Giappone dove si sono ispirate ai fumetti manga e alle cosiddetteanime, i prodotti di animazione per la tv. A partire dagli anni Novanta, con la diffusione di internet, la fan fiction ha assunto il suo aspetto globale attuale.

Il concetto di Canone

Non è un caso che un elemento centrale nell’esperienza della fan fiction è il cosiddetto canone. In generale possiamo dire che tali scritture nascono sotto la spinta di un processo dialettico poiché, se la loro produzione si muove secondo il principio dell’espansione, la costruzione di ogni nuovo testo (e in particolare di quelli diffusi online) implica un lavoro continuo di negoziazione con limiti e regole. Se l’autore/fan, nel momento di scegliere un originale, opta per un testo che percepisce come potenzialmente espandibile, è innegabile che tale materiale definisca un insieme di vincoli con cui il processo di ri-scrittura deve misurarsi. Il testo derivato deve in altri termini tenere conto dell’«ammobiliamento» (per dirla con Eco) e delle regole del mondo finzionale di partenza, rispettando una serie di criteri di accessibilità tra questo e il nuovo mondo derivato. L’idea di canone emerge per la prima volta tra gli appassionati di Sherlock Holmes con l’intento di distinguere le opere originali di Conan Doyle da tutte quelle di imitatori fiorite sulle sue ambientazioni e sui suoi personaggi. Il canone dunque definisce l’insieme del materiale-fonte, riconosciuto come autentico e conosciuto, interpretato e valutato allo stesso modo da tutta la comunità. Un comune patrimonio culturale di sfondo, proprio come lo sono stati i racconti mitologici e quelli popolari. Il canone si presenta dunque come un universo di eventi, personaggi, fatti definiti dall’autore e riconosciuti come ufficiali; in quanto tali definiscono il background narrativo condiviso da tutti i componenti del fandom, siano essi scrittori o lettori. Il canone può essere chiuso (statico) o aperto (in evoluzione), a seconda che sia ancora possibile o no per l’autore originale espanderlo o che esistano eventuali opere ancora in fase di compimento, come una fiction televisiva oppure una saga romanzesca a più capitoli. Caso emblematico è la saga di Harry Potter. Nel mondo delle fan fiction su HP si tende a suddividere il canone in sottocanoni legati alle ambientazioni Pre-OOP o Post-OOP (ovvero prima o dopo la pubblicazione dell’Ordine della Fenice); Post-HBP (dopo l’uscita del Principe Mezzosangue) e Post-DH (dopo la pubblicazione dell’ultimo libro, I doni della Morte). In questo modo chiunque sa esattamente su quali informazioni si basa una certa fan fiction senza correre il rischio di violarne il canone. In ogni caso tutto quello che rientra nel canone è suscettibile di verifica da parte dei membri della comunità fandom. Per questo la sua definizione potrebbe essere oggetto di evoluzioni. Gli autori originali, se in vita, possono sempre intervenire a precisare dettagli, a spiegare antefatti o a definire caratteri ed atteggiamenti, e ognuno di questi «extra» potrebbe diventare un elemento del canone. Film o adattamenti televisivi (che abbiano suscitato l’approvazione del fandom) possono condizionare in modo determinante il canone (e l’ispirazione dell’autore fan) nella misura in cui danno volti, suoni e forme a quello che il testo lasciava non detto.

Il concetto di Fandom

Ci si può divertire con i libri di Tolkien? La risposta è sì e spesso si va oltre il piacere della lettura. Basta prendere spunto dalle sue storie e, soprattutto, condividere la propria passione con gli amici. È quel che fa il cosiddetto Fandom (da “Fan’s Kingdom”), vale a dire, l’insieme degli appassionati «tolkieniani», che si riconoscono in una serie di riviste, siti internet, rituali e attività varie tutte legate al mondo creato dal loro autore preferito. Famoso – e studiatissimo – è stato “l’effetto fantasy” generato dalSignore degli Anelli, che ha dato vita, oltre che a una profonda e diffusissima tradizione di giochi di ruolo (come il più famoso Dungeons & Dragons), videogiochi e opere fantasy che al suo modello si ispirano (su questo argomento può essere utile leggere Introduzione a Tolkien, a c. di Franco Manni, Milano, Simonelli Editore, 2002, pp. 18-19).

La comunità di appassionati delle opere di Tolkien ha prodotto talvolta risultati notevoli in molti campi: dai videogiochi appunto agli studi sulle lingue inventate dallo scrittore, dai giochi di ruolo come “Merp” alla trilogia cinematografica di Peter Jackson, anch’egli prima di tutto fan del professore di Oxford. Del resto, come diceva Henry Jenkins (Cultura Convergente, 2007), «le elaborazioni e le congetture dei fan arrivano ad espandere un’opera letteraria in varie direzioni». È lo stesso Tolkien a riconoscere che uno dei segreti del successo di pubblico del Signore degli Anelli risiede negli accenni che la sua opera contiene ad altre leggende e a una storia ben più ampia di cui il lettore non conoscerà nulla (Lettera 151). Da studioso della letteratura antica e medievale sapeva quale enorme attrattiva poteva esercitare sul lettore l’ingresso in un mondo e in un’epoca sconosciuti. Le vicende narrate si svolgono, infatti, in un contesto in buona parte ignoto, dai confini inevitabilmente vaghi per un pubblico non specializzato. Questa “vaghezza” fornisce alla narrazione un effetto di profondità, di tridimensionalità, che ne aumenta il fascino. Questa sorta di incantesimo, scrive Tolkien nel saggio Sulle fiabe, «genera un Mondo Secondario nel quale possono entrare sia l’artefice sia lo spettatore, a soddisfazione dei loro sensi mentre vi si trovano».

Lo scrittore e i suoi lettori: il caso di Cervantes

Del resto, quella del “fandom” è una storia vecchia. Scorrendo le pagine della letteratura si trovano numerosi esempi di “fan” di un autore che ne continuano l’opera o ne colmano gli spazi lasciati vuoti. Al primo romanzo moderno, Don Chisciotte della Mancia (1605) dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes, fece seguito, nel 1614, una continuazione apocrifa firmata da un certo “Alonso Fernández de Avellaneda” (dietro la cui identità ancora si dibatte), che presenta una ricca vena narrativa e un notevole potere di satira, anche se poca comprensione dei personaggi. Cervantes ne fu così amareggiato da pubblicare l’anno seguente il vero Segundo tomo delle avventure di Don Chisciotte. E vi aggiunse un “Prologo al lettore”, nel quale l’autore denuncia l’apocrifo e promette di esaurire, con questa seconda parte e per prevenire altre riscritture, tutte le avventure dell’hidalgo fino alla morte e alla sepoltura. L’altro capostipite del moderno romanzo d’avventura, Robinson Crusoe di Daniel Defoe (1719), fu seguito da numerose storie di naufraghi, tanto che già alla fine del XVIII secolo si potevano annoverare oltre settecento diverse riduzioni e riscritture, incluse versioni per bambini con più immagini che testo. Tutte queste storie danno origine un genere a sé, quello delle cosiddette Robinsonaden, alcune anche di alto livello (è il caso, per esempio, del cosiddetto Robinson svizzero di Johann David Wyss, del 1812, o dei Robinson italiani di Emilio Salgari, del 1896).

Senza parlare di tutte le storie che hanno prodotto le opere di William Shakespeare, di cui sei drammi poi ritenuti apocrifi finirono addirittura in una delle prime edizioni. Nel corso del XVII secolo e oltre gli furono attribuiti tutta una serie di testi e all’inizio del XIX secolo, Charles e Mary Lamb misero in prosa, in parte modificandoli, i Racconti da Shakespeare, fino alla modernissima pièce teatrale (e versione cinematografica) Rosencrantz e Guildestern sono morti di Tom Stoppard. Lo stesso discorso si potrebbe fare per tutta la produzione dei lettori-fan di Lewis Carroll o Jane Austen.
Nel XX secolo, l’elenco si allunga, a comprendere ancora altre possibili forme di interscambi di genere letterari e canali comunicativi diversi. Dai film di Walt Disney tratti da grandi classici comeAlice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll o Pinocchio di Carlo Collodi, alle serie TV
a cartoni animati, che hanno riadattato buona parte dei romanzi di formazione per giovani tra Otto e Novecento (da Heidi a Pollyanna, da Remì di Senza famiglia a Marco di Dagli Appennini alle Ande).

Arriviamo così ai nostri giorni, prima con il lancio dei «Librigame» (introdotti in Italia nel 1987) e l’avvento, nel 1975, del gioco di ruolo con il capostipite Dungeon & Dragons, «esperienza che racchiude il doppio elemento di simulazione e narrazione». Poi con l’avvento dell’era digitale, videogiochi e internet sono divenuti il luogo d’elezione del fandom, con la sterminata proliferazione di siti web, blog, newsgroup, forum e web-zine.

I Lettori sono i padroni

Come non ricordare il caso di Mary Poppins. Dopo aver pubblicato, nel 1944, quello che lei stessa considerava l’ultimo dei tre volumi della serie (Mary Poppins apre la porta), Pamela Travers fu costretta – a causa dell’insistenza dei lettori (oggi si direbbe del suo ‘fandom’ appunto) a dare alle stampe nel 1952 una nuova raccolta di avventure (Mary Poppins nel parco), preceduto da un’avvertenza nella quale si tenta di giustificare l’infrazione del patto magico e delle regole del make believe, che non prevedevano (né permettevano), una volta aperta l’altra porta, un ulteriore ritorno della più famosa governante inglese: «Si deve ritenere che le avventure narrate in questo libro abbiano avuto luogo durante una qualsiasi delle tre visite di Mary Poppins alla famiglia Banks. Ciò va detto nel caso che qualcuno

fosse indotto a credere in una quarta visita. Ma l’ipotesi è assurda. Non è concepibile che chiunque abbia varcato la soglia dell’altra porta possa tornare indietro».

Anche Pinocchio, che Collodi lascia impietosamente impiccato a un albero al termine dell’attuale capitolo XV, viene risuscitato grazie alle insistenze dei lettori. Nell’estate del 1881 Collodi scrive “La storia di un burattino” sul settimanale il “Giornale per i bambini” che termina con Pinocchio che muore impiccato a un ramo della grande quercia a causa dei suoi innumerevoli errori. Il brusco epilogo scatena però la furia dei giovani lettori e tanto numerose sono le lettere di protesta che il 16 febbraio 1882 le puntate riprendono dal capitolo XVI, questa volta col titolo “Le avventure di Pinocchio”: nel gennaio 1883, alla definitiva conclusione del racconto, il burattino di legno diventerà un bambino in carne e ossa.

Del resto, anche Louisa May Alcott, (Piccole donne) ed Emilio Salgari (con il suo Sandokan e i suoi diversi Corsari) si trovano imprigionati nel mondo cartaceo che hanno costruito per i loro personaggi. Una situazione dipinta con acuta ironia dalla stessa Alcott nei il Ragazzi di Jo, quando descrive i comici, ma invasivi, assalti degli ammiratori alla privacy di Jo, che ha raggiunto un’insperata fama letteraria, e con essa tutti i suoi fastidiosi oneri nei confronti dei lettori. Sul complesso rapporto con il pubblico è eloquente anche una pagina del diario della scrittrice, poco dopo il successo di Piccole donne, mentre l’editore cercava di convincerla a scrivere e consegnare quanto prima il secondo volume della serie.

Tornando, infine, a Tolkien e ai suoi “continuatori” si sono create esperienze molto interessanti (nei campi del cinema, musica, illustrazione, giochi, oggettistica, convention, ecc.), attivissime comunità che nel mondo, e perfino in Italia, espandono, studiano o giocano creativamente con la narrativa tolkieniana, senza scindere mai (soprattutto all’estero) l’aspetto “accademico” da quello di “fandom”, consapevoli che le due cose non sono affatto separate, ma anzi si fecondano a vicenda continuamente.

Possibili Sfide
What if, Crossover, Missing Scenes

Il canone rappresenta la forza della restrizione, ma deve convivere con le tendenze che favoriscono l’espansione dei mondi finzionali canonici. Tale tendenza è particolarmente evidente nelle fiction basate su universi alternativi sono storie che hanno come centro focale la contraddizione del canone (e sono diffusi anche in fumetti, libri, cartoni animati e videogiochi). Del resto, «far finta che» o «fare come se» sono le motivazioni più immediate della scrittura dei fan. Esplorare le reazioni dei personaggi alla luce di un evento differente rispetto alla catena di eventi originale (le cosiddette «what if»), incrociare due o più canoni facendo in modo che i personaggi dell’uno si ritrovino proiettati a interagire nell’universo dell’altro (come accade nei «crossover»). Secondo l’analisi di Henry Jenkins, fan fiction di questo tipo potrebbero rispondere a una volontà di protesta verso gli sviluppi che autori e produttori hanno imposto ai testi originali. Un esempio concreto, quindi dell’attivismo dei fan cui Jenkins è particolarmente affezionato. Nella maggior parte dei casi, le finalità con cui vengono costruiti tali «universi devianti» sono umoristiche o parodistiche. Ma in alcuni casi questo procedimento si traduce in uno strumento capace di liberare un personaggio dal controllo del suo autore. La contaminazione dei personaggi e delle ambientazioni si può dunque leggere come una conseguenza diretta della volontà di creare nuovi territori.Molto comuni sono anche le procedure classiche dei «prequel», dei «sequel» o delle «missing scenes», scene che nello sviluppo narrativo del romanzo (o di un film) avrebbero dovuto accadere o sono di fatto accadute, ma che non hanno ricevuto una scena esplicita. Per Jane Austen, ad esempio, le missing scenes sono molto comuni poiché riguardano le situazioni fortemente emotive che l’autrice preferisce solo accennare o lasciare al resoconto indiretto. In Orgoglio e Pregiudizio, l’unica proposta di matrimonio a cui i lettori assistono «in diretta», sentendo le voci di entrambi i protagonisti, è quella di Mister Collins a Elizabeth. In generale, queste ellissi nelle opere originali aprono una sorta di sospensione narrativa, di parentesi che induce il processo di riscrittura e che, nel caso degli scrittori fan più rispettosi del canone, rappresenta una immediata fonte d’ispirazione. Per restare a Jane Austen, è ovvio che il riempimento di queste lacune con fan fiction piene di scene romantiche aggiunga ben poco al testo originale (come peraltro la stessa scrittrice aveva intuito). Tuttavia il meccanismo è comunque in grado di portare a soluzioni creative, soprattutto se la scelta ricade su personaggi secondari.

Alcuni esempi tolkeniani

«Sentieri della Terra di Mezzo» è stato il titolo del seminario sullo Hobbit tenutosi a Bologna la primavera scorsa curato dallo scrittore Wu Ming 4 e ha visto l’analisi approfondita del primo romanzo pubblicato da J.R.R.Tolkien. Ma lo sviluppo più interessante è stato la stesura di tre spin-off o fanfiction tales, da parte dei partecipanti, con la supervisione dello scrittore. Dopo avere individuato insieme i coni d’ombra presenti nel romanzo, i singoli o i gruppi ne hanno scelti alcuni per «espandere» il racconto, ovvero raccontare altre storie contenute nella storia principale. I vincoli dati erano soltanto due: la coerenza con la costruzione di mondo di Tolkien; e il mantenimento di uno o più temi rinvenuti nel romanzo. L’obiettivo finale era quello di scrivere le ipotetiche «Appendici» dello Hobbit.

Ne sono uscite tre storie...più una ricetta:
- Le tre spade
– Belladonna Tuc
– Brandobras Tuc
– (una ricetta) Cram: la galletta da viaggio!

Scarica le tre fanfiction in pdf

Scrivi la tua fan fiction

Ora prova a scrivere una fac fiction dopo aver individuato insieme al docente:

- un "what if" da "Lo hobbit" o da "Il signore degli anelli"

- un possibile crossover

- un cono d'ombra e/o una missing scene

Tolkien e i cohabiters

Se vuoi la mia opinione, il fascino [del Signore degli Anelli] consiste in parte nell’intuizione dell’esistenza di altre leggende e di una storia più ampia, di cui quest’opera non contiene che un accenno. (J.R.R. Tolkien, lettera 151, settembre 1954)

Senza falsa modestia è stato lo stesso Tolkien a riconoscere uno dei segreti del proprio successo di pubblico. Da studioso della letteratura antica e medievale sapeva quale enorme attrattiva possa esercitare su chi legge l’ingresso in un mondo e in un’epoca sconosciuti. Nella sua opera ha infatti saputo rendere quella che Tom Shippey chiama la “beowulfiana impressione di profondità”, riscontrabile nelle grandi epopee letterarie.

qualche solerte fan ha già provato a immaginarla. Del resto, già da molti anni la comunità dei più tradizionali giocatori di ruolo pratica un’attività di complemento e compendio creativo, nonché un modo ludico - e non per questo banale - di coabitare la Terra di Mezzo, come dimostra il grande lavoro della Middle-Earth Role-Playing Community.

Infine è il caso di citare il fan film autoprodotto dal giovane regista Chris Bouchard con un budget di appena 3000 sterline, The Hunt for Gollum (2009). Il cortometraggio di 45 minuti racconta un episodio che si colloca nel periodo di interregno tra Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, a cui si accenna di sfuggita nel romanzo e negli scritti collaterali. Si tratta dell’inseguimento di Gollum da parte di Aragorn per ottenere informazioni sul possessore dell’Anello. Visto il successo dell’operazione (dovuto all’eccellente qualità del prodotto amatoriale), Bouchard si è subito messo all’opera per girare un secondo episodio, Born of Hope, che ha visto la luce nell’autunno 2009.

Si potrebbe continuare a lungo citando esempi su esempi di come nel caso della Terra di Mezzo il fandomabbia saputo rivelarsi una risorsa viva e prolifica. L’opera dei lettori prosegue quella dell’autore, rendendola a tutti gli effetti una narrazione corale con la quale interagire e alla quale porre sempre nuove domande.
In questo modo il movimento reale dei fan, la loro “class action”, sta dando risposta ai dubbi che Tolkien stesso aveva avanzato riguardo allo sviluppo della propria architettura narrativa:

Non sono del tutto sicuro, ora, che la tendenza a trattare tutto come una specie di grande gioco sia veramente buona - certamente non per me, che trovo questo genere di cose fatalmente affascinante. È, suppongo, un tributo da pagare visto il curioso effetto di questa storia, basata su una geografia, una cronologia e un linguaggio molto elaborati e dettagliati, che tanta gente debba chiedere a gran voce “informazioni” o “cognizioni”. Ma le domande che la gente fa richiederebbero un libro per rispondere… (Lettera 160, marzo 1955)

E ancora:

Il fascino del Signore degli Anelli è in parte dovuto, penso, all’intuizione di una storia più ampia sullo sfondo: un fascino simile a quello esercitato dalla visione di un’isola lontana e inesplorata, o a quello delle torri di una città che brillano in lontananza nel pulviscolo del sole. Andare fin là significa distruggere la magia, a meno che non si rivelino altri irraggiungibili panorami. (Lettera 247, settembre 1963)

Tolkien temeva due cose: da un lato di essere fagocitato dal processo di specificazione e indagine del mondo da lui stesso creato; dall’altro di rovinare l’effetto di profondità guadagnato con la pubblicazione del Signore degli Anelli, svelando “troppo” (nelle Appendici e nel Silmarillion) della storia pregressa della Terra di Mezzo.
Ebbene, si può dire che se oggi fosse qui vedrebbe svanire i suoi timori.
Se suo figlio Christopher ha raccolto il testimone, dando compimento all’opera del padre e mantenendolo un autore prolifico durante i trentasei anni che ci separano dalla sua morte, l’impresa titanica di approfondimento e trattazione dei singoli aspetti della Terra di Mezzo - compito immane per un uomo solo e forse anche per due - è stata presa in carico da un’intera comunità. È infatti diventata responsabilità collettiva dei lettori più appassionati proseguire l’esplorazione laddove Tolkien non ha avuto il tempo e il modo di farlo. Ma questo è ben lungi dall’impedire l’avvistamento di “altri irraggiungibili panorami”, poiché se è vero che molta parte della storia in questione è stata lasciata in forma di legendarium e di cronologia, proprio questo garantisce un serbatoio inesauribile di vicende romanzabili. Basti pensare alla Seconda Era (quella più oscura), o alla Quarta, dopo la Guerra dell’Anello, il lungo tempo storico che dal regno di Re Elessar giunge fino a noi. Romanzieri, fan writers, registi, ideatori di videogiochi, potenzialmente hanno ancora moltissimo materiale su cui cimentarsi e si può ben sperare che continuino a farlo, a prescindere dal fatto che “feticisticamente” si travestano da elfi o pretendano di fumare erba-pipa.
A conti fatti è proprio questo che colloca il ciclo della Terra di Mezzo nel solco delle grandi saghe epiche a cui tanto deve la subcreazione tolkieniana. Saghe che sono giunte fino a noi grazie al passaggio di mano e al contributo di generazioni di “fan”.

In fondo se si dovesse trovare un punto d’origine di questa lunga vicenda letteraria, si potrebbe risalire a un piccolo studio del Magdalen College, a Oxford, un giorno di tanti anni fa, quando C.S. Lewis espresse a Tolkien una celebre quanto semplice considerazione: “Se nessuno scrive quello che noi vorremmo leggere, dovremo essere noi a scriverlo.” (Lettera 159, marzo 1955) Va da sé che se invece qualcuno scrive ciò che vogliamo leggere, e se anche a noi piace scrivere, non c’è niente di meglio che farlo insieme.

da http://www.endore.it/Arretrati/12/Forum/Cohabiters.pdf

Individua le licenze cinematrografiche di Peter Jackson

Nella parte finale del film "Lo Hobbit: la desolazione di Smaug" i nani cercano di bloccare il drago in un certo modo. Cosa accade invece nel libro? A tuo avviso perchè questa scelta?