LA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI

La Cappella degli Scrovegni, a Padova, è una piccola chiesa edificata nel 1300 circa, interamente affrescata da Giotto. Viene anche chiamata "Cappella dell'Arena" , poichè fu edificata sui resti dell'antico anfiteatro romano di Padova. La decorazione fu realizzata tra il 1303 e il 1305, su commissione di Enrico Scrovegni, uno dei più rappresentativi e ricchi personaggi emergenti nella Padova di quegli anni. Egli, proveniente da una arricchita famiglia di usurai, commissionò l'edificio allo scopo di espiare i peccati di usura che avevano macchiato la rispettabilità degli Scrovegni, consacrando la cappella alla Vergine, condizione imposta a quel tempo dalla chiesa.

  • Consacrazione alla Vergine. Nella facciata della cappella rappresentante il Giudizio Universale, situata nel settore dei beati, troviamo Enrico Scrovegni intento a donare la Cappella, che regge con le sue mani, alla Vergine. Il ricco committente indossa una veste color viola, simbolo del pentimento, pentimento dovuto ai gravi peccati commessi. Tuttavia, egli viene raffigurato nel settore dei beati, quasi a simboleggiare una redenzione, e, soprattutto, a sottolineare la protezione della Croce nei confronti dell'uomo, in seguito alla dedica della cappella. La rappresentazione di un tale soggetto in un contesto artistico costituisce un particolare decisamente inedito, in quanto ad essere rappresentato non è un sovrano o un papa, ma un borghese. Questa novità ci dà la misura di quanto i tempi, nel Trecento, fossero cambiati, anche ad un punto di vista sociale: l’arte non era più la rappresentazione solo del potere regale o religioso, ma anche del potere economico delle nuove classi industriali e mercantili, emergenti nello scenario delle nuove realtà urbane del tempo.

Lo stile di Giotto, dagli affreschi di Assisi a quelli di Padova, maturò, sviluppando una maggiore consapevolezza aristica. In particolare negli affreschi di Padova si nota una maggiore gravità dei corpi: i volumi sono molto più torniti grazie ad un uso sapientissimo del chiaroscuro, del quale Giotto è senz’altro il maestro assoluto; le figure, inoltre, hanno realmente "peso", nel senso che non sembrano sospese in aria, ma poggiano realmente su un piano, hanno una consapevolezza di sè stessi nello spazio.

Inoltre, negli affreschi di Padova si può notare una ricerca decisamente innovativa, per il panorama artistico del tempo: la rappresentazione dello "scorcio". Nella pittura medievale, e, in particolare, in quella bizantina, i volti sono sempre in posizione frontale o in parziale scorcio a tre quarti. Giotto va oltre: non si limita al profilo, ma inclina i volti, rappresentandoli per la prima volta in svariate angolazioni.

  • Bacio di Giuda. La scena, una delle più note dell'intero ciclo, è ambientata all'aperto. All'interno della raffigurazione troviamo una cospicua presenza di personaggi, ma, grazie all'uso di alcune linee di forza (come Caifa a destra che indica) e della vivacità del colore giallo della veste di Giuda, possiamo facilmente evincere il nucleo centrale, la scena più importante nel riquadro: Giuda si sporge in avanti, al centro, per baciare Gesù, in modo da permettere alle guardie di riconoscerlo e catturarlo. Il volto di Giuda, prima rappresentato sempre giovane e pacato, viene qui reso quasi bestiale, privo di purezza e privo, ormai, di aureola. Alla toccante scena principale si contrappone l'agitazione della folla armata intorno ai due protagonisti, generando un effetto di violenta drammaticità. Sebbene infatti l'iconografia risulti tradizionale (ad esempio, il colore della veste di Giuda, il giallo, rappresenta simbolicamente il tradimento), in questa scena Giotto ne rinnovò profondamente il contenuto, immettendovi una straordinaria tensione psicologica e drammatica.
  • Resurrezione e Noli me tangere.Troviamo qui raffigurati due episodi: a sinistra, è rappresentato il sepolcro vuoto di Cristo con gli angeli seduti e le guardie addormentate (la Resurrezione); a destra, invece, è rappresentata la Maddalena inginocchiata davanti all'apparizione di Cristo trionfante sulla morte, il quale le impone di non toccarlo, pronunciando, nelle versioni latine dei vangeli, la frase "Noli me tangere". Egli brandisce un vessillo, sul quale si legge l'iscrizione "VI[N]CI/TOR MOR/TIS". Le rocce dello sfondo declinano verso sinistra, ovvero verso la resurrezione, dove avviene il nucleo centrale dell'episodio. A sinistra (ovvero prima della resurrezione), gli alberi sono secchi, mentre a destra sono rigogliosi. In quest'ultima scena si nota una straordinaria cura dei dettagli nella decorazione delle armature dei soldati, così come un certo virtuosismo nel rappresentare in scorcio i corpi dei dormienti.